—Che cosa ha stasera Bettina?

—Il solito.

—Povera piccina!

—Che cosa volete farci? Io non ci posso nulla, ma finirà coll'addormentarsi per qualche ora lasciandomi dormire. Oggi le avevo fatto una zuppa col latte, che le piace; non l'ha voluta.

—Non si può mangiare certe volte.

—Eppure non serve a nulla star digiuni, perchè dopo vi sentite peggio. Vedete, io soffro di vedere così la mia bambina, ma mi faccio forza a mangiare quando ne ho, altrimenti se non mangiassi che cosa accadrebbe? Mi ammalerei anch'io e non potrei più aiutarla. Bisogna essere ragionevoli.

Parlava adagio scandendo le sillabe, e la sua fisonomia pareva buona malgrado l'egoismo delle parole.

Tina la conosceva sin dal primo giorno, nel quale era diventata la loro vicina, e non l'aveva mai veduta esaltarsi davanti al lungo atroce martirio di quella creaturina, che espiava così i vizi del padre. Anzi la signora Veronica lo aveva subito spiegato col suo accento tranquillo: ella era senza colpa di quel male di quella miseria, nella quale avevano dovuto cascare; perchè dunque se ne sarebbe arrovellata soffrendone maggiormente? Poi la bambina non poteva vivere, i medici stessi lo avevano assicurato. I rimedi, se avesse potuto comprarli, non le sarebbero stati di alcun giovamento; valeva dunque meglio spendere altrimenti quei danari, qualora capitassero.

Tina si alzò.

—Dove andate?