Senza intendere bene il perchè, la fanciulla si sentiva vinta da una profonda pietà di se stessa. Le sembrava quasi che la vita si distaccasse dalla sua anima come qualche cosa, che non le apparteneva più e che un altro poteva prendere fra le mani con la indifferente crudeltà dei fanciulli, quando nella effervescenza di un capriccio smembrano un piccolo animale.

E anch'essa era così, perduta in un pericolo mortale, con un freddo di febbre nelle carni, che la faceva tremare di paura, pur sapendo di essere amata dalla mamma con una tenerezza, della quale non aveva mai dubitato. Ma le condizioni della vita non avevano mai permesso loro di potere come tante altre donne abbandonarsi alla negligente sicurezza che l'indomani sarebbe come l'oggi; invece ogni mattina ricominciava il medesimo problema con la necessità di mangiare, di vestirsi, di avere le scarpe, e il terrore di ammalarsi sprovviste di tutto come in quell'ultimo inverno, quando la mamma era rimasta a letto quasi due mesi. Era stata un'agonia lenta, muta: le notti diventavano più lunghe, i giorni non finivano più. Avevano dovuto a poco a poco vendere quasi tutto, rimanendo senza materassi, senza lenzuoli, quasi senza camicia: ella non ne aveva che due così rappezzate che si vergognava d'indossarle: ecco perchè quella sera non aveva indosso che un corsetto della mamma; ma le scarpe non le permettevano quasi più di uscire.

Mentre piangeva così raggomitolata sotto le coperte, non si ricordava più distintamente di nulla: era soltanto una tristezza simile a quella che debbono provare i prigionieri a certe ore, quando ripensano che non usciranno mai di carcere o che uscendone non troverebbero più alcuno ad aspettarli. La scena stessa, violenta e fortunata, nella quale la sua giovinezza era quasi perita, le si confondeva nella memoria sotto uno sgomento di sogno. Poi rivedeva ancora quell'uomo giovane, che l'aveva accarezzata sino all'ultimo momento, gittandosi su lei con le mani febbrili; ma anche allora i suoi occhi accesi sorridevano e le sue mani nel farle male non erano come quelle della mamma, le poche volte che da piccina l'aveva percossa. Improvvisamente, come se una fiamma l'investisse, si era sentita ardere sino dentro la carne, colla testa assordata da un tumulto, mentre dal fondo dell'anima una ripulsa acuta, spasmodica, le saliva impetuosamente alle labbra facendola urlare, E aveva gridato nella difesa della propria vita, disperatamente.

Eppure sapeva già tutto.

Anzi si era preparata al sacrifizio ascoltando molti giorni prima le esortazioni della mamma e i consigli indiretti della signora Veronica. Ma la sua giovinezza, troppo diversa da quella delle fanciulle cresciute nelle famiglie oneste o nei conventi, se conosceva già le miserie e le vergogne della vita, non ne aveva ancora perduta l'ingenua delicatezza, poichè la primavera sonnecchiava nel suo bel corpo pallido come in uno di quei fiori cresciuti nascostamente senza sole.

Così una ripugnanza di spavento e di orrore le faceva quasi credere di dover subire una mutilazione, qualche cosa di avvilente e di straziante come sotto il ferro di un chirurgo, che vi taglia la carne, e dopo si resta per tutta la vita deformi davanti al sorriso della gente. Perchè dunque le si voleva imporre questo? La mamma aveva parlato tristamente, mentre la signora Veronica ne sorrideva come di una cosa inevitabile, alla quale si volesse dare troppa importanza: secondo lei si trattava soltanto di cavarne tutto il vantaggio possibile.

Ma a poco a poco la fanciulla si distrasse.

Non aveva quasi mangiato e la testa le ronzava ancora.

Alla luce della finestra la stanza appariva vuota: non vi era che un comò, tutto il resto era stato venduto, e sul comò uno specchietto incastrato in una scatola aveva un luccicore di acqua nella notte.

Per quel vicolo deserto non passava alcuno.