Per un momento ella pensò agli inquilini della casa; gli Arrighi al primo piano, una famiglia di un conciapelli, che guadagnava sei lire al giorno: la signora Giovanna, alta, bruna, con un'aria da uomo e tre figlie che cucivano di bianco; la mamma aveva per amante un garzone da caffè, e la maggiore delle figlie era innamorata del calzolaio, che lavorava sempre alla finestra dirimpetto alla loro. Nella famiglia scoppiavano continue liti, quantunque il padre, sulla cinquantina, pacifico e bonario, sopportasse. Al secondo piano abitava un muratore con una donna, che non era sua moglie, e nell'altra camera un vecchio pensionato, solo; non lo si vedeva quasi mai. Ella conosceva tutti, e tutti le volevano bene, quantunque non avesse reso loro nessun vero servizio; la signora Veronica, invece, era mal vista.
Ma la fanciulla non si domandò nemmeno se avessero potuto accorgersi di quel signore, altrimenti questo dubbio sarebbe bastato a gettarle nell'animo un nuovo terrore.
Quella sigaraia, che stava col muratore, era bionda, quasi bella, di un cuore così allegro che canticchiava spesso per le scale tornando dal lavoro: una volta, nell'inverno, era venuta ad invitarla a pranzo, e l'aveva trattata benissimo perchè si stimava nata in una condizione più bassa.
Tina si ricordò di un gran pezzo di migliaccio mangiato dopo le frutta.
E dormivano felici, soli, sotto quella camera.
* * *
Adesso le pareva di essere seduta sulla soglia di una chiesa.
Da tutte le strade la gente arrivava vestita a festa: i bambini suonavano le trombette, le mamme guardavano sorridendo. Ella aveva oltrepassato la folla, assorta nello spasimo della propria miseria, che le toglieva di sentire ogni altra cosa; ma si ricordava di essere scappata di casa appena la mamma si era assopita, quantunque in quella dormiveglia il suo viso giallo esprimesse la medesima tristezza insopportabile. Così come si trovava, senza fazzoletto in testa, coi piedi dentro due vecchie calze rattoppate e quel corsetto da notte mal chiuso, era fuggita. Dalla porta della chiesa si vedeva nello sfondo scuro una infinità di ceri accesi, che sembravano nelle fiamme tanti chiodi roventi; e un odore d'incenso usciva a sbuffi, dandole al capo una sensazione dolorosa.
Accoccolata sopra uno scalino, coi gomiti sulle ginocchia e la mano sinistra tesa, aspettava sempre che qualcuno nell'entrare le facesse l'elemosina, ma non osava domandarla, guardando con gli occhi così fissi che ella stessa ne sentiva tutto il peso. Poi si era accorta di mostrare le calze bucherate sino a mezzo lo stinco, perchè la sottana troppo corta si raccorciava ancora in tale atteggiamento, mentre quel corsetto della mamma le copriva le piccole mammelle illividite dal freddo.
E a poco a poco la gente cominciava ad entrare. Erano gruppi di donne vecchie, col fazzoletto sui capelli bianchi: alcune avevano un rosario nelle mani, altre scuotevano il capo paraliticamente affrettandosi verso la soglia, dalla quale sfuggivano fra i vapori dell'incenso le prime voci sonore delle preghiere.