Tutti i volti si componevano a una gravità solenne nel passare la porta, le fronti s'inchinavano e ogni parola cessava; i bambini invece si traevano sorridendo i berretti, e gli uomini si guardavano ai panni, ma nessuno le aveva ancora badato. Ella, senza parlare, fissava tutte quelle facce con la disperata intenzione di attirare qualche sguardo, perchè l'anima intera le ardeva negli occhi con una fiamma ancora più rossa dei ceri accesi sui candelabri dell'altare. E le pareva quasi di vederne il getto tremare nell'aria dinanzi alle pupille, mentre il freddo dello scalino attraverso quella sottile sottana le saliva per le reni insino ai riccioli della nuca.
Perchè dunque era venuta a sedersi su quella porta?
I poveri, che vi stazionavano spesso, sapevano chiedere con la voce e col gesto, e la loro voce piangeva e il gesto fermava la gente come un ostacolo pietoso: ella invece non sapeva che guardare, bruciando nella fiamma degli occhi tutte le preghiere, come nel momento dell'elevazione i chierici gittano nuovi grani d'incenso nei turiboli per sollevarne una nuvola bianca ondeggiante sull'altare. La sua piccola mano, aperta in quella muta invocazione, tremava già indolenzita, senza che nessuno se ne fosse ancora accorto. Immobile, in uno stupore sempre più angoscioso, ella si chiedeva come mai il suo caso non attirasse l'attenzione, quantunque la miseria sia uno spettacolo fin troppo ordinario all'angolo di ogni via e sulle soglie delle chiese per vincere facilmente l'indifferenza della gente; ma gli uomini, anche giovani, le passavano accanto sfiorandole la mano, e i vecchi entravano raccolti in se stessi, col capo curvo verso la terra, che li chiamava sommessamente.
—La mia mamma muore! la mia mamma muore!—voleva gridare levandosi collo stesso impeto disperato, come era fuggita di casa senza nemmeno chiudere l'uscio.
E si ricordava di non aver incontrato per le scale che un inquilino vecchio, il quale viveva solo, celando la propria miseria in una cameretta sotto la loro: nessuno lo conosceva, egli non parlava con alcuno. Si erano guardati nel viso, poi il vecchio lo aveva abbassato tristamente per nascondere forse di aver capito. Bisognava dunque morire così. Non bastava che fosse venuta sulla porta di quella chiesa a domandare l'elemosina? Forse a quest'ora la mamma si era desta e la cercava ansiosamente con gli occhi; nessun altro era in quella camera, perchè da due mesi nessuno v'entrava più.
Allora volle alzarsi, ma un peso enorme la premè su quello scalino senza permetterle nemmeno di spostare il gomito. Si sentiva piegare le reni e il respiro le usciva a stento dalla bocca, mentre un'altra gravezza, come di una invisibile calotta, le spingeva la punta del mento sempre più innanzi nella palma della mano. Ripetutamente si sforzò di voltare la faccia verso la chiesa. La messa doveva essere a mezzo, perchè il campanello del chierico tintinniva: ella ne ricevette le percosse vibranti sul cuore, poi lontano le campane di un'altra chiesa squillarono. Il piazzale era deserto.
Improvvisamente vide avanzarsi quel signore giovane vestito di nero: lo riconobbe all'alta statura e al viso storto, dentro al quale gli occhi lucevano dello stesso splendore, ma anch'egli doveva averla ravvisata, giacchè veniva dritto verso di lei con una rosa rossa in mano. Quando mise il piede sullo scalino, ella spaventata non pensò nemmeno a tendergli la mano: l'altro invece le si chinò sul volto bruciandoglielo con quella fiamma, che la fanciulla aveva già sentito, e le piantò il gambo della rosa dentro al capezzolo della mammella sinistra. Il dolore fu così acuto, che le parve di svenire, poi non vide più nulla. Il gambo le penetrava sempre più addentro, rigido, sottile, mentre la rosa troppo pesante le tirava giù la piccola mammella verso il grembo. Giammai aveva provato fitte più lunghe ed atroci. Il sangue, uscendo a gocce, bagnava tutta la rosa e cadeva dentro la tazza dal manico rotto, nella quale la mamma prendeva qualche volta il caffè. Come mai aveva quella tazza fra le ginocchia? Che cosa era stato?
Perchè aveva egli fatto così?
Adesso gli occhi le si cominciavano ad intorbidare; ad una ad una udiva il tonfo delle gocce con uno sbigottimento mortale, come se la vita le mancasse in un freddo, che le faceva diventare di marmo tutte le carni, quando si accorse d'un tratto di avere sul fianco sinistro la piccola Betta con quel vestone rosso regalatole da una vecchia marchesa per la festa della Befana. Ma la bambina non pareva più ammalata, e rideva vedendo sgocciolare il sangue nella tazza. Certo passò del tempo. Le gocce cadendo nella tazza ormai piena davano un altro suono, mentre la mammella vuota si allungava sempre più dolorosamente sulla rosa greve di sangue. Confusamente capì di morire; poi una suprema reazione le fece aprire gli occhi per strapparsi il fiore dalla ferita, ma le mani erano diventate troppo pesanti e gli occhi le si abbacinarono nello splendore di tutto quel rosso ardente come una fiamma.
Era una morte quasi dolce, la ferita non le doleva più: distese le gambe, e la sua mano incontrò la testa ricciuta della bambina, che le si chinava sul grembo per prendere la tazza.