Doveva essere per l'indomani.
Quando Tina si risvegliò, la mamma già alzata da un pezzo lavorava nella cucina; la fanciulla si sentiva affranta, con la bocca pastosa e la testa greve. Come al solito il risveglio nella luce di quella camera, sempre con le griglie aperte, le diede la sensazione confusa di un male, che tornava a ripetersi con la immutabile monotonia di una giornata vuota. Infatti ella non aveva niente da fare. La loro casa in quel vicolo molto illuminato era delle più quiete: gli uomini ne partivano presto e le donne, chiuse nelle proprie stanze, non ne uscivano spesso, perchè mancava il cortile e le scale rimanevano sempre buie. Ella s'alzava dopo la mamma, che le aveva già preparata l'acqua nel catino, ma dopo restava lì incantata senza sapere come ammazzare il tempo.
Da piccina se ne ricordava però uno meno triste.
Allora la mamma teneva in casa una vecchia serva dai capelli bianchi, con gli occhi che parevano vuoti come quelli delle statue. La sua taciturnità era così ostinata che non si riusciva a farla chiacchierare nemmeno nei momenti di festa, quando la mamma, tornando a casa contenta, si metteva a giocare con la bambina. La vecchia invece teneva le camere con una pulizia ammirabile. Tina non sapeva niente di lei, sebbene con la grazia dell'innocenza fosse riuscita a farsi amare: solamente la vecchia confessava di non avere più nessuno al mondo dopo che sua figlia era morta improvvisamente nella vigilia delle nozze. La figlia si chiamava Marietta, ma la vecchia evitava di parlarne, come se a quel ricordo una cicatrice le si riaprisse dentro rendendole più penoso il silenzio lungo di tutti i giorni. Con la mamma andavano abbastanza d'accordo. Infatti questa comandava così poco nella casa che ne lasciava all'altra tutta la cura: altre volte stava fuori l'intera giornata non avendovi fatto che colazione, perchè era pigra e si alzava sempre dopo le dieci. Però in casa non mancava nulla. La vecchia preparava sempre il solito pranzetto; la mamma mangiava indifferentemente di tutto, ella invece così piccina era già piena di voglie e di bizze, che spesso la facevano piangere. In fondo amava però quella vecchia almeno quanto la mamma, sebbene non potesse con quella soddisfare tutte le tirannie della sua piccola volontà.
La faccia della vecchia non era bella. Le mancavano quasi tutti i denti davanti e i capelli si erano tanto diradati sulla fronte, che vi portava sempre un fazzoletto a quadroni turchini, anche d'estate. Ma quel velo di silenzio dava alla sua faccia giallognola una gravità ben diversa dall'altra della mamma, allorchè questa voleva con accento di padrona rivolgerle qualche rimprovero, o si metteva a fare delle considerazioni dolenti sulle difficoltà di andare innanzi senza avere una posizione assicurata. La fanciulla ascoltava il dialogo delle due donne, vedendo sempre la mamma cedere con un gesto scoraggiato alle parole della serva, che dovevano essere ben tristi, quantunque ella non potesse comprenderne il senso. Ma la vecchia non si scomponeva mai, parlava adagio, con accenti secchi, mentre la mamma invece scattava, si agitava, e talvolta piangeva.
Spesso venivano in casa uomini ignoti, ben vestiti, ma la vecchia allora non lasciava più la cucina e chiudeva l'uscio a chiave, dicendo a Tina di non fare rumore, o mettendola sopra una sedia le dava qualche cosa da mangiare, un frutto, una chicca, con certe carezze insolite, che irritavano la fanciulletta.
Però queste visite non erano lunghe.
Una volta la mamma rientrò in cucina pallida, cogli occhi gonfi. Si vedeva che soffriva. Aveva quella vestaglia bianca, inamidata, che non portava quasi mai, colle frappe dritte intorno al collo, ma la metà dei capelli le cadeva in disordine sopra una spalla e dai bottoni mal chiusi le si vedeva sotto la camicia, anch'essa aperta.
Il signore se n'era andato.
La madre cadde sopra una sedia vacillando.