Eppure non erano state molto infelici.

La mamma, così facilmente eccitabile al riso e alle lagrime, dimenticava presto per sognare ancora dietro qualche nuova combinazione: la sua gioia era effimera come la sua disperazione, mentre discendendo nel tramonto degli anni e della bellezza vi si rassegnava con una crescente passione pel benessere fisico, il mangiare, il bere, lo stare caldi, senza preoccupazione di vanità o di avvenire. Ma poi quel suo male si era aggravato. Da principio non erano che spasimi acuti e intermittenti, poi vennero le convulsioni, l'insonnia, i disturbi di stomaco, il male di testa continuo, accanito, e un indebolimento di tutta la persona, che le impediva quasi del pari il camminare e lo stare seduta. I medici parlarono di un guasto all'utero e di una operazione chirurgica, gravissima ed indispensabile; ella spaventata ricusò, e nella lusinga di guarire altrimenti cessò a poco a poco di essere donna. Quindi ebbe ancora qualche rifioritura, mesi, nei quali pareva risorgere più bella: la sua fisonomia si era spiritualizzata e il suo carattere fatto più buono. Quel sergente, tramutato di guarnigione, era disparso per sempre senza che ella se ne accorgesse, ma quel vecchio signore non volle più ritornare.

D'allora il problema della vita non aveva più mutato, ripetendosi ogni mattina con le crudeli difficoltà di una miseria senza parenti e senza mestiere: ella non sapeva lavorare, e pur non odiando il lavoro stentava a concepirne uno, che potesse dar loro da mangiare. A chi rivolgersi? Che fare? Non sapeva che resistere nella miseria senza nè rassegnazioni, nè ribellioni; la sua vanità di bella donna, mantenuta nell'agiatezza da una qualche passione di uomo, al quale mostrava sinceramente una tenera gratitudine, era già perita in quella pronta rovina, non lasciandole che una felicità timida e servizievole verso chiunque le soprastasse. Ma prediligeva istintivamente le donne giovani, che si avviavano al lusso, quasi dalla loro vita le ritornassero quei giorni felici quando si abbandonava anch'essa all'incanto di un sogno, come i fanciulli fanno nei primi bagni sulle correntie dei ruscelli.

* * *

Tina aveva frequentato anche i teatri.

La mamma v'era entrata dietro una sarta a prestare sul palco scenico una infinità di servizi senza titolo alle attrici, che prediligevano la garbatezza de' suoi modi: poi una di loro, salita improvvisamente all'onore della carrozza per la passione di un marchese, aveva voluto prendere Tina a compagna, vestendola come una pupattola. Ma l'attrice, un bel giorno, era tornata sul palco scenico. Un'altra aveva offerto alla signora Adelaide di portarla seco come cameriera, purchè mettesse la fanciulla in qualche orfanotrofio, ove l'avrebbero educata meglio che in quel vagabondaggio di teatro in teatro, attraverso i casi di tutte le miserie e di tutti i vizi. Era un'attrice ancora giovane, che faceva da madre nobile, donna di buon cuore, al sicuro in una certa agiatezza. Sciaguratamente un'avventura venne a troncare anche questa speranza. Una sera mancò di sopra ad una cassa una spilla d'oro depostavi da un attore nel momento di entrare in scena: più d'uno aveva veduto, v'erano donne, uomini, inservienti e visitatori, che andavano e venivano; la spilla non fu più trovata, i sospetti fioccarono, il pettegolezzo dilagò, e la signora Adelaide ingiustamente fu creduta colpevole, quindi, licenziata dal servizio. Questa prima caduta ne determinò altre: un avvilimento non mai prima sentito peggiorò la nuova miseria, quei dolori d'utero si fecero più frequenti ed atroci, compiendo di fiaccarle la volontà di vivere, che nei poveri è la sola forza. Anche Tina, già grandicella, somigliava in questo difetto alla mamma: era buona, faceva tutto quanto le si domandava, ma da sola non sarebbe arrivata a nulla: fors'anche per questa debolezza si amavano maggiormente, sorreggendosi l'una l'altra senza lasciarsi mai.

Ed erano uno strano spettacolo queste due donne, che uscivano, rientravano, facevano tutto insieme: quando la mamma era ammalata, siccome non avevano quattrini per chiamare i medici, che d'altronde sarebbero stati inutili, Tina si metteva al suo capezzale finchè non si fosse nuovamente alzata: mangiavano se lo potevano, ma essendo simpatiche, capitava loro sempre un qualche aiuto inatteso.

In quella apparente indifferenza di tutto sognavano però con una ingenuità di bambine, illuminata dai ricordi della loro bella vita tramontata.

Ed era sempre lo stesso sogno, che discendeva sulle loro anime dall'alto, come nella luce di un nuovo mattino. La mamma, oramai senza speranze per se stessa, riportava nella vita appena sbocciata della figlia tutti i fantasmi di fortuna, che avevano attraversato la propria. Nella oscurità morale della sua coscienza ella non credeva di aver vissuto troppo male, nè di essere una cattiva madre, giacchè la regola della vita era per lei nella vita stessa, la quale trionfa di tutte le resistenze nel mistero del caso favorevole agli uni e avverso agli altri. Ovunque e sempre aveva visto le medesime cose e le stesse donne: quelle che riuscivano a conquistare una posizione nel mondo non erano le migliori, ma le più astute, e le grandi signore commettevano gli stessi falli abbandonandosi alle medesime tentazioni delle più povere operaie. Tutta la differenza fra loro derivava dal grado sociale. Vi era fors'anco una virtù vera, di alcune persone, che non sentivano e non avrebbero potuto sentire ciò che faceva per gli altri la bellezza e la felicità della vita.

Ella non credeva e non sapeva più in là di questo, giudicandosi buona per non avere mai voluto gratuitamente il male di nessuno, ed accusando il destino di tutto quanto aveva dovuto fare nel disordine della propria esistenza.