—Come volete, come volete,—disse in fretta:—ma perchè tanta roba?
—Eh! mia cara, se non si mangia nei giorni buoni, non si mangia mai più. Che cosa fate qui sola? Venite di qua.
* * *
Quel pranzo non era poi gran cosa; una minestra asciutta coi piselli, gli asparagi al burro e quattro costolette di agnello con un uguale contorno di piselli, finalmente il timballo colle bucce, un trionfo della signora Veronica, la quale non contribuiva al pranzo se non con l'opera. Ma prestava ancora tutto il servizio da cucina e da tavola.
Le due vecchie avevano discusso lungamente sul vino. La signora Veronica pretendeva di conoscere una cantina, nella quale si comprava un trebbiano dolce, color d'oro, una vera grazia di Dio, per otto soldi al litro; l'altra stava per il Ruffina rosso, frizzante.
Quando Tina e la signora Veronica entrarono, la mamma finiva di appannare nel pane grattugiato le costolette di agnello, attardandosi con atti pigri e delicati.
Tina andò dritta nell'altra camera della piccola Betta, che avendola riconosciuta si era messa a gridare.
—Eccomi, eccomi, Bettina.
Ma questa invece di essere alzata, come aveva detto la mamma, era solamente seduta sul letticciuolo, affagottata in quel vestone rosso, che faceva sembrare anche più pallida la sua faccia gonfia e sformata dalla scrofola. Soltanto gli occhi erano belli, grandi e neri, con le sopracciglia lunghe. In quel momento giocava con un vecchio fazzoletto scuro rivoltandolo ed annodandolo per farne un topo.
—Chi è venuto da te ieri sera?