—Allora,—scattò Tina con un impeto subitaneo d'irritazione,—perchè andar cercando nella strada a chi darlo?
—Se il bisogno ci lasciasse scegliere…—mormorò umilmente la mamma, che la fatica della digestione cominciava a rendere melanconica.
—Non è questo, lasciate dire a me. La fortuna non si decide mai la prima volta, ecco perchè se avete dovuto cedere, avete ceduto male.
—Cedere no!—proruppe la fanciulla.
La signora Veronica finse di non badare a queste parole.
—Anche questo non significherebbe nulla. La mamma ha ragione, non si può sempre scegliere, specialmente quando si è arrivati a un certo punto. L'importante viene dopo, nella scelta dell'uomo, che può fare la nostra fortuna. C'è sempre, credetemelo, costui: siamo noi donne, che abbiamo torto; il minchione, al quale far credere tutto, càpita a ogni donna. Sappiatelo prendere secondo giudizio, e la fortuna è fatta.
—Come?
—Come vorrete: potete diventare moglie o magari non volerlo diventare, secondo i casi.
—Non vedi, figlia mia,—disse la mamma con umiltà anche più bassa,—che se io avessi saputo fare, adesso non ci troveremmo così?
Ma Tina si sentiva salire dentro la rivolta. Senza intendere bene le varie tonalità di quella suggestione, una ripugnanza istintiva gliene svelava il tristo segreto. Si voleva daccapo trascinarla, travolgerla con tutta la sua giovinezza in un sacrificio, del quale non provava che l'oscuro orrore. Ella non aveva una nozione esatta del proprio valore come fanciulla ancora intatta, nè alcuna altra delle idealità così frequenti nelle vergini cresciute fra le pareti domestiche, e tuttavia qualche cosa si ribellava in lei a certe parole, come se un contatto doloroso le facesse sobbalzare tutti i nervi. Attese, le due donne si consultarono con una occhiata.