—A che prò se dipende da voi?

—L'idea della signora Veronica è buona,—disse la mamma,—ma sta a te accettarla. Se dovessi farlo io, non ci penserei, tu però sei libera: per me invece sono vecchia e morirò presto. Non ho più bisogno di gran cosa.

—Ecco!—esclamò la signora Veronica, mostrando loro collo sguardo una donna, che appariva alla finestra d'un secondo piano nella casa quasi di fronte:—quella è felice col suo piccolo impiegato delle ferrovie. Prima in casa il marito e i figli crepavano di fame.

Tina si volse a guardarla. Nel vano della finestra si vedeva la sua testa china sotto un grande mazzo di capelli neri, che le lasciavano scoperta una riga bianca sul collo; e il marito, un omaccione rosso, le stava dietro; tutte le donne affacciate sul vicolo la fissavano con occhiate malevole ma invidiose.

—Prima io andavo qualche volta da lei e lei veniva da me; ma da quando le è capitata la fortuna non mi saluta più,—disse la signora Veronica con accento dispettoso:—Voi non fareste così, Tina; ne sono sicura.

—Ma che volete da me?

—Niente.

E le volse le spalle tornando alla tavola per sparecchiare.

Mamma e figlia rimasero alla finestra; non parlavano, ma la gente cominciando ad uscire da ogni porta del vicolo in abito da festa, dopo il pranzo, le rendeva sempre più malinconiche.

Tutti parevano contenti, qualcuno si voltava dalla strada a parlare colle finestre: si udivano saluti, qualche frase di convegni pel pomeriggio.