Ma la ragazza non avrebbe saputo dirlo.

La signora Veronica le aveva prestato una delle sue camice, una gonna e un paio di calze bianche, la signora Cesarina aveva mandato un paio di stivalini suoi, quasi nuovi, con un abito della serva, di lanetta blu; e però Tina non pareva più la stessa.

Silenziosamente si era lasciata pettinare e vestire. Il suo pensiero vagava, sebbene nulla le sfuggisse di quei particolari, nei quali le due donne mettevano un'attenzione passionata, mentre alla signora Veronica gli occhi si accendevano di strane fosforescenze e il suo accento pareva indugiare su certe parole.

Ma nel vederla impallidire disse:

—Ho capito; manca un'ora, è meglio che la passiate aspettando dalla signora Cesarina.

—Perchè non ci accompagnate anche voi?

—Non conviene; anzi Tina dovrebbe andare sola.

La ragazza tremò.

—Ma siccome è troppo agitata, l'accompagnerete voi. Io vi aspetto qui preparando la colazione.

Tuttavia qualche cosa le aveva già divise, adesso che tutti i preparativi erano finiti. Invece di sorridere sembravano prese da una specie d'imbarazzo; la signora Adelaide si era voltata alla finestra, Tina soccombendo ad una debolezza di ammalata guardava con occhi atoni. La sua anima, prostrata sotto il peso dell'irrevocabile, ne perdeva a poco a poco anche la paura, ultima ribellione dell'istinto.