—Che cosa debbo dire?—domandò Tina con voce grossa di una emozione dolorosa, che l'altra finse di non avvertire.
Il momento si avvicinava.
Nel gabinetto il silenzio diventava greve. Malgrado la lunga pratica, anche la signora Cesarina cominciava ad essere imbarazzata dal contegno umile e dolente delle due donne: per solito non accadeva così. I suoi occhietti neri andavano dal viso dell'una a quello dell'altra senza che sulla sua faccia magra ed impenetrabile apparisse nulla, ma il suo giudizio su loro era già formato. Quindi, per evitare che questa goffaggine calasse ancora di tono preparando qualche spiacevole incidente, tentò di far parlare la ragazza chiedendole delle sue amiche.
—Ma non ne ho.
—Nessuna?
—Nessuna.
—Da molti anni,—intervenne la mamma col suo accento strascicato,—viviamo così ritirate che io stessa ho perduto di vista tutti i miei conoscenti.
—Ebbene, avete fatto male. Io vi procurerò delle relazioni, se mi darete retta: non sarete le prime donne alle quali ho aperto la strada della fortuna. Ma bisogna lasciarsi guidare e non commettere balordaggini, specialmente in principio.
—Quello che dico sempre io.
Tina alzò la testa.