—Ma avrete fiducia in me?—seguitò la signora Cesarina.
—Sì.
—State dunque allegra; diavolo! si direbbe che vi faccia male un dente e che aspettiate qui il dentista.
Il motto era così bizzarro e lo scatto delle parole così vivo, che le due donne dovettero sorridere.
Ma un rumore sommesso arrivò nel salotto. Tacquero; la signora Cesarina si alzò e poco dopo la faccia scialba della serva apparve alla porta senza dir nulla.
La signora Cesarina uscì.
Appena sole, le due donne si guardarono tremando. Tina era diventata orribilmente pallida, si sentiva attanagliare lo stomaco, ma fece uno sforzo supremo per resistere, perchè questa volta era decisa; la madre glielo lesse negli occhi senza osare di dirle nulla. Adesso era lei che dubitava: dopo quella grande giornata del pranzo, in quel salotto quasi ricco, davanti a Tina ben vestita, non provava più quella oppressione continua e soffocante della miseria. Come se fosse tornata ai tempi buoni, il suo orgoglio e il suo affetto si ribellavano improvvisamente alla violazione segreta della figlia, al sacrificio di tutto il suo avvenire, senza sapere nemmeno il nome dell'uomo cui doveva abbandonarla nella disperazione della morte. Ella le vedeva infatti sul volto tutti gli sforzi, coi quali tentava di resistere, e che le rompevano senza dubbio qualche cosa dentro.
La ragazza si portò una mano al cuore, ma la sua testa era ancora alta, fremente.
La signora Cesarina rientrò.
Capì, ed affrettandosi per timore di uno scoppio, le prese carezzevolmente la mano: