Alcuni passi echeggiarono nella chiesa, voci e parole si avvicinavano: istintivamente, per non essere riconosciuta si piegò sull'inginocchiatoio, nascondendo il volto fra le mani.
Erano tre donne e due uomini, che venivano appunto sotto quella navata verso di lei.
La sua sensibilità si acuì istantaneamente come se un soffio violento le dissipasse dall'anima ogni ombra, ma non potè resistere in tale atteggiamento ai dolori che la riprendevano dentro i ginocchi e sotto le reni.
Quello stesso sagrestano, in sottana azzurra a bottoni rossi, accompagnava i visitatori. Allora Tina sbirciando fra le dita provò un'altra volta l'impressione del suo sguardo e capì che le bisognava uscire: fortunatamente essi si erano fermati dinanzi alla seconda cappella.
La fanciulla si rialzò, guardò l'Addolorata senza che dal cuore nessuna parola le salisse verso quella immagine di tutti i dolori femminili, poi girò dietro il pilastro. Attraversando la chiesa ebbe ancora la sensazione vaga di essere in un luogo straniero, che non poteva appartenere ad alcuno: il suo silenzio, la sua luce erano come quella di una strada vuota in una notte lunare: si è soli, ma se vi fermate, sentite che è impossibile di restarvi.
* * *
Due ore dopo la mamma e la signora Veronica stavano silenziose intorno al suo letto: la fanciulla teneva gli occhi chiusi nella faccia di un pallore marmoreo.
Aveva le vesti in disordine; dal corsetto sbottonato le traspariva il seno, e di sotto alle gonne le usciva una gamba con la calza bianca increspata, perchè il legaccio era caduto.
La signora Veronica si chinò ad accarezzarle i capelli.
—Tina, sono le cinque: bisogna mettere qualche cosa nello stomaco, bambina mia: alzatevi, non vi farà bene stare così, il letto indebolisce.