CALA LA TELA.
LA VERGINE
Non ricordo più la leggenda, ma ne veggo ancora il gran quadro nella chiesa parrocchiale di Viarano, appena vi entrammo col prefetto e tutta la camerata. Erravamo da due ore per le colline dell'Idice in una bella mattinata di settembre fra le siepi alte, che salivano, nascondendo per lunghi tratti l'incantevole paesaggio. E all'improvviso ci apparì sopra la spianata, in uno sfondo meravigliosamente largo, la chiesa.
La porta era aperta.
Il prefetto ci sospinse dentro come un gregge nell'ovile. Ogni ciarlio si arrestò e dinanzi, sopra l'altar maggiore, vidi come in un'alba viva un volo di angeli dalle lunghe vesti candide, colle braccia conserte, che sembravano sfuggire pel cielo. Una figura più grande, incoronata di rose, guidava nel mezzo quel volo, colle mani aperte. Era sant'Orsola colle sue vergini, non tutte certamente, ma il corteo fitto e minuto si curvava d'ambo i lati verso di lei con due strisce bianche, dentro le quali lucevano come stelle le piccole teste.
Al solito m'incantai, mentre i miei compagni, piegato il ginocchio e dette le tre avemarie, si sbandavano curiosamente per la chiesa. Era piccola, piena di una pace oscura. Il prefetto inginocchiato vicino a me, col volto squallido, che gli spenzolava sul petto come una cosa morta, pareva anche più gobbo, e la sua bocca larga e arida mormorava a mezza voce una preghiera. Era un uomo pio e triste, che gli altri frati non amavano malgrado la tenerezza della sua devozione, nella quale serbava tutta la ingenuità di fanciullo. Allora io credevo forse più di lui, ma la mia fede tremava già di profonde inquietudini dopo certi impeti di poesia, che i miei compagni non intendevano, benchè avessi più di una volta tentato di spiegarmi coi più intelligenti fra essi.
Quella leggenda di santa Orsola e delle sue undicimila vergini, abbattute come uno stormo di colombe da un uragano, aveva per me un fascino misterioso. Nella mia immaginazione adolescente nessuna guerra di poema valeva quella battaglia di fanciulle, che si coprivano pudicamente le ferite per morire nell'orgoglio divino della propria verginità; ma la donna capace di stringersele così dintorno doveva avere nell'anima quella forza segreta dei grandi capitani, alla quale le moltitudini non sanno mai resistere. Quando le paure dell'istinto isolano i soldati fra le file rotte dei battaglioni nell'ora della sconfitta, soltanto la passione del capitano, che si precipita contro la morte e la supera nell'ebbrezza di una sfida, può ancora riattirarli irresistibilmente nella catastrofe. Che importa la vittoria al soldato, il quale sa di rimanervi anonimo? Se vi muore, la superbia dei gradi e le lussurie del bottino saranno per altri, mentre egli ignora quasi sempre il perchè della guerra, e nella battaglia non sente che il proprio olocausto. Quindi nello sbandamento degli ordini per lui non vi è altra vittoria che la vita, altra ragione che la propria: prima era nell'esercito come una molecola in un masso, dopo non è nemmeno più un soldato.
Ma in quella disperazione degli ultimi momenti, fra i guizzi dell'ira e di una paura, che non sa e non vede, trema e minaccia, basta ancora un urlo del capitano avventandosi innanzi, perchè l'agonia del terrore si muti in uno spasimo di orgoglio, e la morte abbacini tutte le anime nel proprio incanto. È Silla nella pianura di Orcomene, Napoleone al ponte di Arcole, Garibaldi sul colle di Calatafimi: è l'anima del generale, che diventa l'anima dei soldati, trionfando sulla morte prima ancora che sul nemico: è santa Orsola bianca, con una luce lunare negli occhi e il murmure dell'aurora nella voce, che inebria le fanciulle di candore e di speranza. Ella aveva forse la stessa malia dell'inverno, che purifica il mondo facendone una candida solitudine; forse anco una più alta innocenza aveva dato al suo pudore una forza di incanto sulla coscienza delle sue compagne, alle quali appariva come dentro una visione.
Quindi la seguirono colla docilità delle agnelle e l'insistente predilezione delle colombe perdendosi nella luce della sua traccia. E oggi ancora il loro sciame divino attraversa nell'ora della passione la fantasia delle donne rimaste semplici, che lo veggono salire ondeggiando per un'alba di paradiso.
La poesia moderna ha forse sogni più belli?