Malgrado la doppia corruttela della incredulità e della religione, in noi tutti sfavilla l'ideale della vergine come il primo e più alto simbolo della donna. Indarno crediamo di sapere che la verginità non è che l'attesa della maternità, una maschera dietro la quale sta in agguato la vera fisonomia della donna, mentre l'uomo non potè mai apparire vergine ad una fantasia di fanciulla, perchè in lui la verginità non avrebbe significato di perfezione. Nella donna solamente essa diventa un suggello divino, un'aurora, che vince il meriggio, come ogni promessa supera sempre l'offerta.

Nell'anima antica il culto della verginità era una dolce riconoscenza del suo incanto, o una superba pretesa maschile per la sincerità della prole futura. Dentro l'amante vigilavano già le diffidenze del padre: si voleva essere primo per la necessità di essere solo, la vergine era un segreto lungamente, gelosamente custodito nella casa dalla madre e dalle ancelle per lo sposo. Ma così sola ella non poteva sentire in se stessa l'importanza del proprio pregio. Invece di scegliere l'uomo fra gli uomini, che vedendola si fossero accesi di lei, la vergine non sapeva ancora che cosa accadesse fuori della casa, prigione o serra, nella quale cresceva occulta; il suo cuore era vuoto, la sua fantasia non si riempiva che di sogni. Dal carcere del padre a quello del marito, ecco tutto il suo viaggio: da una compagnia di fanciulle ad una promiscuità di spose, ecco la sola differenza della sua vita. La verginità era quindi la prima e la massima delle sue seduzioni, mentre più tardi nell'harem la lotta dell'amore la rendeva fatalmente cortigiana del marito. L'oriente poligamo non conobbe la vergine, e non raggiunse nell'anima la passione dell'ideale. Per la donna l'uomo rimaneva sempre padrone e straniero: ella non aveva un mondo spirituale ove ospitarlo, la sua anima piccola ignorava tutte le tragedie del pensiero e dell'azione. L'amore di un uomo era per lei una mensa comune ad altre donne: quella di madre una rivalità di chioccia con altre chiocce, e finiva prima ancora che nel pulcino spuntasse colla cresta l'orgoglio del gallo. Nei paesi orientali anche adesso la donna sa di essere inferiore all'uomo, giacchè sola non basta nemmeno al suo amore, geloso per superbia e goloso per sazietà: perciò lo spirito femminile vi appare quasi sempre melanconico in una lunga taciturnità di tramonto.

Ricordo una strofe di poema indiano, nella quale la vergine è paragonata a quei morti esposti nei cimiteri agli avoltoi: tutta la sua adolescenza si esaurì nella preparazione dell'olocausto; e quando le sue carni sentirono la prima ferita, e il sangue testimoniò della loro purezza, come quei morti ella resta per sempre chiusa in un cimitero.

Ma la sua anima ne soffrirà veramente?

Che cosa sappiamo noi della donna orientale? potremmo noi, penetrando nella sua intimità, intendere il suo spirito? Flaubert, che scrisse Salambò, il più bel poema del nostro secolo, la più temeraria peregrinazione, attraverso il mondo antico, confessò tristamente sotto gli attacchi di Sainte-Beuve di non poter credere alla verità della mirabile donna evocata dal proprio genio. La nostra anima, immersa da due mila anni nella idealità cristiana, tenterebbe inutilmente d'indovinare il sentimento e il pensiero orientale. Che cosa ammiriamo noi davvero nella poesia greca e latina? Forse i poeti di allora sorriderebbero colla stessa indulgenza alle nostre critiche e ai nostri elogi, mentre nelle loro opere non sentiamo che la parte immutabile della natura umana e l'espressione della loro più personale originalità ci sfugge senza dubbio. Così, invertendo la difficoltà, io non ho mai saputo immaginare che cosa Virgilio, il più sentimentale dei poeti latini, capirebbe leggendo il Petrarca, o quale impressione riceverebbe Orazio da un canto di Byron.

Confrontate per esempio una vestale a una clarissa; la vergine romana, che vigila il fuoco sacro della patria, colla vergine cristiana assorta nell'incanto della propria purità. Quella, immolata ad una necessità cittadina, è vergine solamente nel corpo, mentre nel suo spirito il concetto della vita è identico a quello di ogni altra donna; questa, ebbra di un amore, che nessun uomo potrebbe appagare, si consuma come un aroma dentro un raggio di sole. Ma la clarissa è pessimista. Ella sa che nella vita ammalata di peccato la legge più profonda è il dolore, dacchè Dio nel mistero della propria giustizia accettò l'innocenza per riscatto della colpa, concedendo alle vittime volontarie la potenza della redenzione. Quindi la sua verginità non è la preparazione all'amore, ma il trionfo sopra di esso per una più alta maternità spirituale dell'anima, amando tutti, pregando per tutti. Se dovrà anch'essa chiudersi nel chiostro, la nuova prigione non avrà i motivi dell'antica, perchè la sua virtù non vuole altro guardiano che se stessa: la vestale impudica era per la coscienza di Roma pari al soldato codardo; la clarissa contaminata è per noi come il poeta infedele alla poesia, il filosofo inferiore al proprio pensiero.

Così noi vorremmo indarno attingere adesso l'antica serenità pagana dell'amore dopo che la morte di Cristo vi gettò dentro lo spasimo di un altro ideale: una contaminazione vi è rimasta, il peccato l'avvelena. Tutta la nostra scienza non basta contro la maledizione, che pesa sul piacere: il nostro amore esige ancora la carne, ma non se ne appaga, va più lungi e più alto, vuole l'anima, la dedizione incondizionata del cuore, la conquista assoluta dello spirito. A renderci infelici basta una sola infedeltà mentale: la nostra gelosia vigila più ansiosamente alle porte del cuore che a quelle dei sensi; il nostro vizio stesso è così monogamo che non sapremmo più preferire simultaneamente due donne.

La Maddalena di Gesù è rimasta per noi dentro tutte le cortigiane, nelle quali cerchiamo il medesimo miracolo di una rigenerazione improvvisa, che riunisca in un solo incanto le sensazioni del peccato e le beatrici malie della virtù: la menzogna della nostra sensualità è talmente triste che in ogni amore basso e breve ci ostiniamo alla ricerca di una qualche forma nobile, di una qualunque grazia spirituale.

Nel mondo antico invece l'amore era senza peccato.

Certamente le cortigiane non vi erano stimate come le spose, ma il loro piacere era senza degradazione e il loro amore senza veleno. L'abisso scavato dal cristianesimo fra spirito e materia non divideva come adesso la coscienza dell'uomo, nel quale la vita si chiudeva tranquillamente sopra se stessa senza il tormento di terrori o di speranze divine. Oggi la nostra empietà non calma più la nostra coscienza: non crediamo forse più al paradiso, ma non sappiamo rassegnarci al nulla della tomba; quindi ci tuffiamo nel fango per sottrarci allo spasimo d'incomprensibili aspirazioni, o torniamo a sognare di figure divine innanzi ad ogni fanciulla, nella quale si prepari la donna.