Per noi la vergine, come potè rimutarsi nella poesia cristiana, è già tutta la donna. Un lontano dolore di espiazione le viene ancora dalla prima Eva, ma che rimane pura e vibrante nella freschezza della propria alba; la sua voce trema come il vento tra le foglie, il sorriso le rabbrividisce sulle labbra come sulle perle della rugiada. Se le impure esalazioni della terra fumano d'ogni intorno, il suo spirito è come un lago, sul quale le nubi passano senza intorbidire le acque: ella è la bellezza e la gioia suprema, pur sapendo che dal suo ventre sgorgherà un'altra sorgente di lagrime. Il nostro desiderio s'innalza verso di lei colla trepidazione della preghiera, il nostro orgoglio si turba di riverenza nella luce della sua purità come dinanzi ad una gloria dello spirito, perchè la vergine è l'anima divina, scendente nell'amore al sagrificio della vita. Allora Dante, vedendo la piccola Beatrice, vestita di umiltà, passare per la via cogli occhi bassi, trema di uno sbigottimento, che nè Sofocle nè Properzio potrebbero comprendere. Ma Dante si sentiva indegno di quella fanciulla malgrado la superiorità del proprio genio, col quale doveva più tardi aprirle le porte del paradiso. Quando nell'anima di un secolo la vergine appare così, anche la madre si trasfigura e il trionfo della donna si compie come nel cristianesimo, sommergendo tutto il mondo. Oggi invece noi pensiamo fra le rovine dei dogmi cristiani, sui quali qualche simbolo luccica appena come una stella al tramonto: siamo tristi, e siamo soli risognando ancora una madre come Maria, una sorella come Marta, un'amante come Maddalena.
Che importa tutto il resto?
Come nell'albero le foglie compongono la cuna dei fiori, che altrimenti non potrebbero vivere, così i simboli del nostro spirito preparano alle figure della vita una bellezza, senza la quale non sapremmo amare. Chi non singhiozzò mai stringendosi una vergine sul cuore, non avrà conosciuto il profondo segnato dell'amore; solamente i casti sono voluttuosi, perchè l'anima sola può provare nel delirio dei sensi l'ebbrezza dell'infinito. Ogni altro amore è piccolo come l'egoismo, povero come la morte.
Ma se nell'arte moderna l'amore della vergine non trova poeti che per rimpiangerlo, la colpa non è soltanto della nostra educazione, nella quale perdiamo troppo presto l'innocenza, ma della donna, caduta più bassamente di noi dalle altezze del cristianesimo. Tutta la sua poca passione si condensa nell'adulterio, quasi sempre un dramma esteriore, che la sferza coi contrasti e l'affina forse senza ridarle una virtù d'ideale. La sua verginità non è più che l'attesa del matrimonio, il suo cuore vuoto come un'urna decorativa aspetta indifferentemente qualunque fiore. Chi ama più da giovinetto? Anche allora le nostre passioni sono di uomo, tutte nate nel vizio, cresciute nell'invidia, vanitose nel lusso, avare nella miseria, col gelido sottinteso di una critica, che non sa più credere. Noi non stimiamo più le donne che amiamo: per amarci esse tradiscono come spose e come madri, ma il marito vilipeso, i figli preteriti danno alla nostra passione un carattere di viltà. Molti ne soffrono ancora generosamente, nessuno può guarirne davvero.
In un libro recente Marcel Prevost parve rivelare al mondo la singolarità parigina delle mezze-vergini in un gruppo di figure incerte, senza verità nell'anima e senza fascino di bellezza. Siccome il fatto era vero, i critici accusarono l'autore d'immoralità, e poichè la sua era una pittura di superficie, piacque a tutti come vera. Ma in nessuna di quelle fanciulle, che, sguinzagliate alla caccia del marito, riserbano come ultima insidia la propria verginità, riuscendo o fallendo a seconda della fortuna, il romanziere indarno abile aveva saputo trovare le profonde contraddizioni della coscienza, dalle quali solamente prorompe il dramma. Dopo la rivoluzione morale del cristianesimo ogni dramma comincia in noi stessi: la prima antitesi è nella nostra coscienza fra la passione e la legge, la pura idealità del tipo e la sua degradazione nella realtà attraverso le scene della vita. La vergine può vendersi, e magari falsare il tristo contratto; ma l'importanza di questa doppia caduta è tutta nel sentimento che essa ne prova, nel giudizio inevitabile di se stessa. L'espediente della verginità serbata per mezzo alle licenze del vizio, come ultima ragione del matrimonio, fu una risorsa femminile di tutti i tempi, alzata presso certi popoli all'onore di legge; oggi nella corruttela parigina può sembrare una novità o esserlo fors'anco, se in tale turpitudine l'anima della donna trovi una parola originale. Sciaguratamente per tutti l'originalità del vizio è da molti anni esaurita.
Le mezze-vergini di Marcel Prevost non erano che mezze figure dipinte vivacemente e duramente sopra un ventaglio. La facilità del suo trionfo parigino non basterà quindi a farlo credere un rivelatore della donna cinquant'anni dopo Balzac, il più gran genio dello scorso secolo, il solo uomo davanti al quale l'oscura anima femminile aprisse tutte le proprie profondità.
Meglio di ogni altro egli saprebbe oggi dirci il segreto di quelle fanciulle, che aspettano in agguato il marito o ne rianimano la stanchezza sensuale coll'acre sensazione della verginità. La tentazione infatti deve spesso riuscire. Quando l'amore non è più una lirica ascensione dell'anima, quale importanza può dare un uomo al vagabondaggio della civetteria femminile? Il vizio è indulgente e la vanità sempre abbastanza sofistica per giustificare qualunque apparenza. Quindi la verginità della donna sembra rinnovare nel matrimonio la verità degli antichi connubi, mentre l'uomo invece, soccombendo a tale agguato, è quasi sempre logoro dalla vita, e nella nuova casa non intende più che a prepararsi un rifugio. Tutto il problema si addensa nella donna: diventata moglie per forza d'inganno, il suo carattere si adatterà all'ufficio? Come sarà madre? Il figlio le ridarà una coscienza? E se per caso il bambino sia veramente nato dal marito, il dover riconoscere in questo il padre quali nuovi rapporti creerà fra i coniugi?
Marcel Prevost non lo ha cercato: eppure il dramma era lì.
L'amore dell'uomo per la vergine non può essere che effimero come un sorriso di alba, la quale si perde nel giorno. La verginità è un momento unico, pari a quello della nascita e della morte: nè l'uomo nè la donna sanno più dimenticarlo, perchè la cicatrice non si rimargina, e un vincolo annodò indissolubilmente le due anime.
Ma il ricordo ne è sempre mesto.