Quando le donne ne parlano, pare come un velo scenda loro sugli occhi, mentre nella parola degli uomini si tradisce una incertezza, come se per le une e per gli altri i sogni più belli, forse le più necessarie virtù della vita, siano rimaste tristamente al di là di quel minuto. Ci sentiamo invecchiati, stanchi come pellegrini per una scesa troppo lunga: la luce si oscura, il paesaggio imbrunisce, l'aria si fa greve. Udiamo delle grida nel susurro del vento, scorgiamo una macchia in ogni orma, che ci precede; partimmo fra i canti, e non parliamo quasi più, ascoltando dentro noi stessi il bisbiglio dei ricordi simile ad un murmure di acque sotterranee. Altre fanciulle, altri giovani, ritti su quella vetta abbassano lo sguardo sulla larga valle chiusa nel fondo da una palude nera: poi si stringono la mano per prendere insieme lo slancio verso il sole, e ricadono invece sulla via per discenderla come noi, insanguinandosi a' suoi rovi.
Ma se qualcuno può ancora, nel rivolgersi, additare quella vetta sempre illuminata alla propria compagna senza sorprendere ne' suoi occhi un rimpianto, egli amò veramente e fu amato.
E qualcuno c'è.
LA TESTA DI BISMARCK
L'ho vista nel quadro di Lembach.
Non sono che poche linee, e la testa appare senza sfondo, immobile, fredda, dura, viva, quasi per una evocazione improvvisa, davanti alla quale si abbassano gli occhi e la mente si turba di riverenza. Il grande pittore mutò pel grande ministro la propria maniera: egli, tedesco, capì che la posterità avrebbe voluto vedere di Bismarck solamente la fisonomia per confrontarla coll'opera, perchè una stessa vita doveva averle animate e, i lineamenti dell'una non potevano essere che lo schema dell'altra. Così fu, così ricompare nella magnifica pittura. Il gigante, che coagulò l'impero germanico stringendone nel pugno per venti anni i frammenti, non mai vinto, e, morto finalmente nell'esiglio della propria casa, è ancora lì, altero e solitario, coll'occhio fiso, la faccia impenetrabile nella lunga ostinazione. Egli volle subito e sempre. Basta guardarlo per sentire che nulla e nessuno avrebbe potuto resistergli: le membra non si vedono e sono di colosso: l'abito non è disegnato, ma deve essere quello di guerriero, montura o corazza, insegna od arma, che lo significhi tutto e dovunque, perchè la sua idea è tutta di opera; non ha la propria coscienza che nel fatto, non può esprimersi che nella lotta.
Il genio germanico, che aveva con Hegel conquistato l'impero della astrazione, si contraddice in Bismarck, l'attore che maneggia la materia di un nuovo impero e doma la realtà come l'altro signoreggia l'ideale. Non so che di Hegel vi sia un ritratto illustre, ma nessuno ne chiede, e basta questo a definire l'uomo. Leggendo i suoi libri, il pensiero resta per lunghi intervalli abbacinato: l'idea vi si svolge ad una altezza senza misura, in una serenità troppo lucida, senza ombre che diventino figure: siamo in un paradiso simile a quello di Dante, fra un bianco ardente, nel quale le anime sono fiamme e le apparenze un fremito della luce. Non vediamo più il filosofo, non sappiamo più immaginarlo uomo nella nostra esistenza di tutti i giorni, fra i pettegolezzi di una carriera di professore. Nessuna gloria salirà forse al disopra di questa, ma l'anima della gente non può seguirla lassù.
Hegel è l'intelletto.
Su lui morto uno dei suoi illustri scolari credette poter dire: — Egli fu il Cristo del pensiero; — e disse male. Hegel è ancora più alto, la sua vita sparisce nel suo pensiero, poichè questo aveva già disciolto nella più eccelsa astrazione tutto il mondo.
In Bismarck il genio si capovolge.