Egli è l'eroe della vita; per lui ogni fatto è un ostacolo o un aiuto, ogni uomo un istrumento da maneggiare o da frangere nella propria opera. Mentre tutti intorno a lui cercano l'unità della Germania nella poesia e nella storia, fra i filosofi o gli scenziati, egli la sente in se stesso: nessuna differenza tedesca l'offende, perchè nessuna è invincibile; non crede alla verità delle idee che non sanno realizzarsi, non si arresta davanti ad alcuna anticaglia; vuole mutare per creare, e gli abbisogna il comando per fondare l'impero. Se Napoleone è la più terribile volontà in una fantasia di condottiero, Bismarck è una volontà capace di diventare l'anima di una nazione attraverso venti anni di conflitti nella corte, nel parlamento, nelle caserme, nelle piazze, nei campi: egli vuole anzitutto una nuova Prussia compatta e sottomessa alla necessità di mutarsi in impero, divenendo una patria di soldati, che non discutono gli ordini e combattono coll'orgoglio di essere invincibili nella infrangibilità della propria disciplina. Invece la Prussia, prostrata da Napoleone, umiliata nella ristorazione, usciva allora da un carnevale sanguinoso di accademia e di strada, colla doppia esasperazione di un disordine democratico e di una impotenza dinastica egualmente ridicola in Europa. Le passioni fervevano ancora, lo sbaraglio delle menti si mutava in una rotta di tutte le coscienze, in uno sbandamento degli interessi e dei costumi.

Bismarck era già pronto.

Come tutti i veramente forti, egli aspettava il proprio momento senza affrettarlo, quasi nella calma di una indifferenza capace di accettare tutto, una funzione di borgomastro o di mercante, di ministro o di agricoltore. A questa ultima si era già deciso. Non vi sono bassi temi per i veri poeti, nè piccoli teatri per i grandi attori.

Il suo carattere si era già significato da giovinetto, all'università, nella diplomazia, nell'esercito, nella Dieta di Francoforte, nella rivoluzione, sempre lo stesso, senza amore nè alle parole nè alle idee, impetuoso ed ostinato, sicuro nella forza, superbo nella volontà. Il bisogno di azione lo vinceva spesso: nel primo giorno d'università si era battuto tre volte, iroso nella sfida, senza rancore nella vittoria: ufficiale, si era dimesso per la insofferenza di una prima attesa nell'anticamera di un colonnello: diplomatico nei gradi inferiori, vi aveva una villania aristocratica ed insieme plebea rotta più di una volta l'etichetta: all'assemblea di Francoforte, fra il chiasso di tutte le rettoriche, egli solo aveva osato negare il diritto e la forma della sovranità popolare: nella rivolta di Berlino e delle campagne aveva armati i proprii contadini, si era armato lui stesso per offrire al re, come un feudatario di altri tempi, una schiera di vassalli.

E tutti avevano riso.

Ma l'uomo non mutò.

Quando nella tormenta sempre più fiera del nuovo parlamento, fra le incertezze dei ministeri e della corte, qualcuno suggerì il nome di Bismarck come del solo uomo capace di sovrapporsi a tutti, e il re gli offerse il portafogli, allora solamente, davanti all'avvenire della propria opera immensa, il formidabile novizio tremò, chiedendo due giorni a risolvere. Quella vigilia ignota a tutti condensò certamente il magnifico poema dell'impero germanico in una delle anime più grandi e solitarie di tutta la storia. Egli dovette prevedere e presentire la dolorosa enormezza dell'impresa, alla quale la strage di tre popoli doveva appena bastare, quindi le violenze, le ingratitudini, gli abbandoni, le falsità, i milioni di anime infrante, e la sua sempre più sola sotto la maschera impassibile di eroe egualmente incompreso ai vincitori e ai vinti. Se avesse scoperto subito il proprio disegno, nessuno gli avrebbe creduto, ed egli potè proclamarlo così nel più sicuro ed efficace degli inganni: fare della Prussia una grande nazione, opporsi all'Austria e alla Francia, preparare nel centro di Europa l'argine all'immenso mare slavo, raddoppiare la vita della nazione soffocandola quasi nell'esercito, sollevare tanto alto la dinastia che tutta la Germania potesse stringersele sotto, e l'Europa da lungi contrastasse indarno nella soggezione del miracolo improvviso.

Così prima la Danimarca, poi l'Austria, finalmente la Francia furono vinte.

Egli sorse quale era prima: apparentemente sottomesso al re, non obbedì che al futuro imperatore del proprio pensiero: cancelliere, nel parlamento ordinò invece di discutere, entrandovi di rado e superandolo sempre nelle domande e nelle risposte: avvolto nell'odio popolare, ne sdegnò il pericolo e l'ingenuità, in una visione di gloria troppo alta per la riconoscenza di una generazione. Ma, poichè la sua anima era il centro della patria, tutte le altre vi convergevano con una passione inconsapevole: per molti anni egli fu il bersaglio degli intelletti, che si ribellavano al suo istinto e non avrebbero voluto soggiacere nella sua opera: parve piccolo nella stravaganza, e pesò come un incubo su tutte le coscienze.

La forza misteriosa gli veniva dall'unità della vita, nella quale il pensiero, la volontà e l'azione procedevano indissolubili. Come tutti i creatori, egli credeva in Dio, concependo la sovranità nella tutela del genio sulle moltitudini eternamente cadette: la sua politica derivava dalla profondità del passato pei rivi più limpidi della tradizione, accettando colla spontaneità della giovinezza ogni novità vitale. Una magnifica ostinazione lo rendeva al tempo stesso sincero ed impenetrabile; qualche volta invece una semplicità di selvaggio copriva in lui, anche più pericolosamente, le più sottili cautele del cortigiano e gl'invincibili istintivi pregiudizi dell'aristocratico. La differenza di tali nature formava anzi l'originalità della sua, meravigliosamente atta a qualunque funzione dentro le immutabili linee di un immenso quadro. La sovrapposizione delle classi nella società doveva quindi apparirgli come una intima, necessaria bellezza della architettura nella storia contro il concetto democratico di un mondo piano e ondulante, dal quale i gruppi s'innalzano e si abbassano come flutti sul mobile livello delle acque. Tutta la sua cultura era nei fatti del passato o del presente: credeva più alla religione che alla scienza, avendo forse, nell'aprire il proprio solco dentro l'umanità, traveduto talvolta l'impronta di un disegno misterioso.