Ma quando la gloria, nell'abbarbaglio della propria luce, lo trasfigurò agli occhi del mondo, e le leggende rampollarono dalla sua vita, questa resistette ancora nella semplicità della prima forma: il cancelliere era sempre lo stesso deputato alla Dieta di Francoforte, il diplomatico che aveva ingannato tutti dicendo la verità, trattando ogni affare al medesimo modo, camminando sulla linea più breve, rovesciando con la forza gli ostacoli che non poteva girare, opponendo la propria unità agli interessi divisi dei nemici. L'Austria non poteva essere l'impero germanico per antitesi irreducibili di razza, di religione e di storia: Napoleone III non era la Francia, ma l'ultimo esperimento di questa nella postrema forma cesarea. La necessità dell'impero germanico erompeva invece dall'anima moderna, che vuole essere libera nella propria individualità, mentre per costituirsi deve accettare la forma vivente del proprio costume. Ecco il segreto delle due grandi vittorie monarchiche in Prussia e in Italia. Se Cavour in un popolo più antico e più vario aveva già risolto trionfalmente lo stesso problema, dovendo mentire spesso nell'idea e umiliarsi nei mezzi, Bismarck, alla testa di una nazione più compatta e più forte, non fu mai costretto ad abbassare la testa o la bandiera: l'opera dell'uno era più difficile, quella dell'altro riuscì più poderosa; Bismarck vi fu solo, intorno a Cavour grandeggiarono rivali ed aiutatori Mazzini e Garibaldi, così profondamente moderni che la loro modernità rimase in gran parte profetica. Il supremo ostacolo nell'Italia era il papa: per la Prussia l'ostacolo era in se stessa, nella necessità di diventare così forte e di apparire così grande da vincere le gelosie della Confederazione colla riverenza della vittoria.

In questo sforzo Bismarck sorpassò Cavour, avviluppando tutti, la corte, il parlamento, il popolo, la borghesia, l'esercito nell'ostinato entusiasmo per la grandezza della patria. Silenziosamente, lentamente, infiammò le anime: e vi era un orgoglio così alto in ogni suo atto, una fede così sicura in ogni disegno, una forza così instancabile in ogni preparazione, che tutta la Prussia si trovò un giorno stretta in falange dietro di lui, come nell'epoca delle invasioni un popolo intero seguiva un solo uomo attraverso l'avventura misteriosa della conquista. Ma in quel punto il credente dubitò. La certezza, che lo aveva sorretto sino allora, lo abbandonò improvvisamente nell'ultima vigilia, quando nessuno più dubitava. Egli medesimo confessò di avere per tutto il tempo della campagna contro l'Austria tenuta la rivoltella in tasca per farsi saltare le cervella al primo annunzio della sconfitta. Accade sempre così in ogni creazione. La stanchezza ci sorprende sulla fine, il dubbio scoppia nel momento dell'adesione universale, perchè l'errore non sarebbe allora più riparabile; prima si è superbi di una priorità, che ci consente di vedere più lontano e meglio della massa: dopo, l'improvviso consenso di questa abbassa quasi il nostro intelletto al suo, e lo rende incerto di aver avuto ragione. Così i più grandi artisti tremarono spesso per la verità della loro opera, quando la folla l'acclamò col facile applauso delle sue effimere predilezioni.

Anche Bismarck era un artista.

Solo un grande poeta lirico poteva infatti, scrivendo l'inventario della presa di Sédan, cominciare così: «l'imperatore»: solamente un grande poeta tragico poteva prima aver falsificato il dispaccio di Ems, freddamente, seguitando a cenare con due generali e mandandolo al re per deciderlo alla guerra: solamente un grande poeta della scena poteva sentire la necessità di proclamare l'impero germanico e d'incoronare Guglielmo nella immensa sala di Versailles, dedicata a tutte le glorie della Francia. Ogni decisione suprema è sempre un atto di poesia: l'intelletto aveva tutto preparato, l'evento era maturo, la fatalità impaziente, tutta l'angoscia del mondo sospesa ad un attimo, ma quell'attimo diventa senza fine nella coscienza dell'uomo, che deve precipitare la catastrofe. La risoluzione allora erompe come una luce: è la scintilla che illumina l'avvenire o una sua aspirazione, che solleva l'anima come sopra un vento per gettarla al trionfo o alla morte. «Alea iacta est», la estrema parola di Cesare, chiudendo gli occhi e precipitandosi attraverso il ponte nella oscurità della storia; il grido di Pietro Eremita: «Dio lo vuole!»; il gesto di Garibaldi, decidendo l'impresa dei Mille.

Ma il Bismarck non era veramente un soldato.

Se la sua faccia fra l'elmo e la corazza può sembrare di guerriero, l'idea, nella quale rimane irrigidita, è più profonda di ogni combinazione militare, e il suo occhio, illuminandosi di una fiamma interiore, rischiara un più vasto segreto. Come tutti i creatori, anch'egli ha vissuto nel sogno di un mondo ricomposto dal proprio genio, e lungamente immutabile nell'avvenire.

Il sangue della strage non era per lui che il sangue di ogni parte per il chirurgo, mentre tutti i dolori stanno per essere consolati dal primo grido del bambino. Sotto quei lineamenti significati dal pittore con poche linee non vi è una vera durezza; la fronte minaccia, la bocca è severa, nell'atteggiamento sembra crescere ancora l'intensità della lotta; e nullameno, contemplando quella testa, l'anima non trema che di riverenza. E a poco a poco quella testa diventa malinconica nella solitudine della tela vuota: si pensa che il grande uomo è già relegato dall'egoismo della nuova generazione nella lontananza della gloria, verso la quale solamente alcune anime di poeti si avviano in devoto pellegrinaggio, mentre il resto della folla vive indifferente nell'opera immensa o la viola con critica ingrata.

Chi fra i giovani d'Italia ama adesso Garibaldi? Bismarck fu cacciato, vecchio ma intero, fuori dell'opera propria, nell'esiglio di un ozio certamente a lui più greve di ogni fatica: il primo imperatore era stato seppellito da pochi giorni; il secondo aveva ricevuta la corona dalle mani della morte; l'ultimo, quasi un fanciullo, volle regnare solo. Il gigante non si piegò, non sentì forse d'essere vinto, e si ritrasse mormorando. Allora nella moltitudine scoppiarono colla stessa fulminea intensità tutti gli odii e tutti gli amori per lui: la massa gli rimase fedele; i partiti invece, sfuggendo alla lunga terribile stretta della sua mano, gli si voltarono contro come monelli, insultando. Tutti si vantarono simultaneamente del suo esiglio e nessuno capì che l'impero solo aveva vinto Bismarck. Poichè la grande giornata della creazione era finita, l'artista diventava un pericolo per l'opera, un ostacolo al suo sviluppo. Un'altra generazione riempiva già l'impero, compiendone l'unità col numero inesausto delle piccole transazioni, crescendovi nuove forze con differenti ideali, mentre i soldati delle prime battaglie non vi rimanevano più che una decorazione ingombrante, e la tremenda pressione, già necessaria a determinare il getto nella ganga, poteva, curando, spezzare l'uno e l'altra.

Il grande sognatore non lo aveva sentito.

Quindi si destò per parlare ancora, senza che nessuno più lo comprendesse nemmeno fra coloro che lo ascoltavano. Napoleone I non aveva egli pure parlato indarno da Sant'Elena? Non si può essere la guida di due generazioni, perchè i momenti della storia si succedono senza ripetersi nel loro eterno bisogno di originalità; ma quando la morte comincia coll'esiglio, pochi uomini sono così grandi da accettare nel suo silenzio la prima solennità della gloria. Invece seguitano a parlare, e i loro ultimi giorni nell'inutile sforzo di un estremo atteggiamento non sono più che un epilogo, la più vacua delle forme rettoriche.