Una malinconia annebbia la tela del ritratto.
Pochi se ne accorgeranno, forse il pittore stesso non la sentì che tirando quelle tre o quattro pennellate brutali, quasi disperate, dietro la testa senza sfondo come i fantasmi nella memoria. Il ritratto di tutto l'uomo avrebbe diminuita la sua rivelazione: che importa l'uomo? La posterità non voleva che la sua fisonomia, quella linea essenziale, immutabile nell'opera e nell'attore. Bismarck vecchio, che brontola invece di comandare e si rannicchia ad ogni rimprovero del medico, e utilizza i ricordi della propria diplomazia per ottenere il permesso di fumare in una pipa o di mangiare una frittata, non è il Bismarck vero della vita e della storia.
Lembach ha avuto ragione: tutti gli altri biografi, moltiplicando le analisi e frugando nei più ignorati ripostigli, non troveranno mai il segreto del grande cancelliere.
Questi era già morto prima che il giovane imperatore accorresse per stringergli la mano nell'agonia e tremare più che dinanzi alla morte del nonno e del padre. L'uno e l'altro, i due imperatori, non erano che due maschere dell'impero: l'imperatore vero moriva allora in quel castello dei Bismarck, fra un cappellano ed un medico del pari insignificanti, con pochi contadini sotto le finestre.
Poi l'imperatore offerse di seppellirlo fra i proprii avi, ma l'altero esule aveva previsto anche l'ingiuria di quest'ultimo complimento, e volle essere solo nella morte sulla cima di un colle, sotto un cippo, con questa scritta: «Ottone di Bismarck, servo fedele dell'imperatore».
L'orgoglio umano non può salire più alto.
Servus servorum, il motto del papa, la definizione del genio.
Adesso la recente generazione germanica non può sentire la bellezza e la enormità dell'opera compita da lui, appunto perchè vi si compiono ancora troppi spostamenti: solo più tardi, quando altre generazioni vi si saranno composte, l'enormità dell'opera e la sua bellezza riveleranno l'uomo.
Ogni popolo a certe distanze di tempo si riassume in un individuo: per noi nel secolo passato Napoleone I fu la Francia, Garibaldi l'Italia, Bismarck la Prussia; il loro eroismo assorbì per un periodo tutta l'anima di un popolo per darle un'altra forma e un'altra vita. Dopo Napoleone, Garibaldi, Bismarck, nessuna delle tre nazioni riconobbe più se stessa, o guardando indietro potè credere di seguitare la propria tradizione. Una originalità si era in loro rilevata, sospingendole nell'avvenire.
Napoleone e Garibaldi sono due condottieri: quegli l'ultimo Cesare delle rivoluzioni, questi il primo cittadino veramente mondiale, che si batte per tutti e ha una patria ovunque un uomo si sente libero: Napoleone sogna nella conquista, Garibaldi nella libertà.