Bismarck è l'eroe tedesco sempre imperiale come Barbarossa, come Goethe, come Hegel, come Wagner: è l'idea germanica colla rivoluzione dentro la tradizione, la libertà nell'obbedienza, l'originalità sotto l'ordine, l'impero e l'imperatore nell'armi, nella poesia, nella filosofia, nella musica.
Carlo Marx, il solo rivale di Bismarck, è anch'egli un imperatore che disegna nella negazione di tutta la storia un sistema con frontiere invarcabili come quelle dell'impero germanico, colla stessa preparazione, la stessa disciplina, il medesimo esercito: ma il suo non è che un genio di semita, e i semiti da troppi secoli non creano più.
Goethe e Bismarck, Napoleone e Garibaldi non potevano essere ebrei.
LA POESIA DEL DOLORE
Povero gobbo!
Visse nel dolore e morì senza gloria, giovane come Raffaello, il miracoloso pittore della bellezza.
Egli invece era così brutto che la sua anima ne soffriva inconsolabilmente come della più crudele fra le ingiustizie della sua vita abbandonata sino dalla fanciullezza nella solitudine di una famiglia avara e fastosa, bigotta ed egoista. Un orgoglio patrizio, esasperato dai debiti, vi rendeva aspre le più intime relazioni: all'intorno la piccola città era poco più di un borgo selvaggio, nella provincia e nello stato null'altro che abitudini servili sotto un governo prelatizio. Si viveva come nell'altro secolo: le famiglie nobili formavano una aristocrazia anodina, la borghesia oziava in una parsimoniosa mediocrità o esercitava come un mestiere qualche professione liberale, il popolo lavorava poco e non pensava affatto. Nella politica, riassunta da minuscole tirannie di governatori, solamente la carriera ecclesiastica rimaneva aperta alle ambizioni di comando, il resto degli studi era condensato nelle lettere, e queste nella scuola, indarno erudite, più indarno classiche. Mentre Germania, Francia, Inghilterra rinnovavano un'altra volta lo spirito moderno, nello Stato pontificio Monti dominava ancora unico poeta, che aveva cantato a tutti senza indovinare mai nè il segreto storico nè la vitale originalità dei troppi avvenimenti. Quindi raggiante e sonante aveva travolto Omero e Napoleone nell'onda del medesimo endecasillabo, trattando egualmente temi antichi e attuali nella sicurezza di una immunità fattagli dall'arte, e facendosi della lingua bella una religione.
Così aveva potuto essere paragonato a Dante, quantunque nel suo pensiero non si ripercotessero che gli echi delle piazze, e il suo verso fluttuasse appena sulla superficie d'Italia.
La Romagna aveva Monti, la Marca Perticari.
Eppure un profondo mutamento era avvenuto nell'anima nazionale battuta per venti anni dallo spirito nuovo che le aveva dato ogni primizia democratica nelle repubbliche e tutte le avventure dei principati nell'impero, sino a quella inintelligibile meraviglia di un regno con Roma capitale e l'unico figlio di Napoleone per re. Poco dopo le ristorazioni, raddrizzando gli antichi scenari, non riuscivano a rammendarne gli strappi, mentre le scuole, riprendendo i vecchi testi, non ne ritrovavano più le tradizionali interpretazioni per insegnare ai fanciulli di un'epoca nuova la fede di un mondo defunto.