Secolo e mondo mutavano.
Mentre il piccolo Giacomo Leopardi a dieci anni si chiudeva nella biblioteca domestica per impararvi da solo il greco, altri fanciulli, che si chiamerebbero Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Camillo Cavour, Carlo Cattaneo stavano per nascere o crescevano già nell'antipatia della scuola. Invece egli era sino d'allora il poeta destinato a cantare come il passero solitario dalla cima di una torre: il suo cuore aveva già pianto e il suo intelletto si era ribellato, senza che la madre, che doveva un giorno pentirsi di averlo partorito, se ne fosse accorta, o la gelosa vanità del padre s'irrigidisse ai divieti. Come a tutti i fanciulli deboli e precoci, una sensibilità dolorosa gli faceva troppo presto scoprire sotto i sorrisi quella immancabile durezza dei caratteri, che nella vita non vogliono dare più di quanto ricevono: capiva troppo e non capiva abbastanza, soffrendo della propria inesplicabile superiorità come di una malattia senza commiserazione negli altri. Egli non era un fanciullo, perchè non diventerebbe mai un uomo. Gli mancava l'ingenuità e quella letizia quasi animale, che rende la fanciullezza così bella a se stessa e alla gente: allora si sorride, si ride, tutto è giuoco, si vuole tutto, si dimentica tutto: la gioia è una ginnastica che il sonno interrompe per ravvivarle le forze; i piedi saltano e l'anima balza. In tale festa mattinale della vita il dolore punge appena come l'ortica sul prato: se ne piange per la sorpresa e si ricominciano le capriole.
Invece la precocità è una malattia, dalla quale raramente esce il genio.
Coloro, che la soffersero, ne portano il segno per sempre, se la precocità fu intellettuale, il loro spirito inaridì come quelle costiere, sulle quali l'estate arriva troppo presto e dura troppo a lungo; se più facilmente fu sentimentale, il loro cuore si coprì di ulceri come le foglie troppo tenere, ancora umide di rugiada ogni mattina, quando il sole le incendia coi primi raggi. E non potrebbe essere altrimenti. Nella fanciullezza, ordinata dalla natura solamente alla preparazione, ogni eccesso primaticcio vizia sempre l'organismo o deforma lo spirito.
Ecco perchè nei pochi uomini di genio nulla altro è straordinario che l'opera sovrana: anzi la natura loro è così comune, e ritmica la concordanza delle facoltà, che nel tempo lungo della vigilia non rivelano quasi mai la propria stupefacente perfezione.
Quel fanciullo pallido, dall'occhio grave, colla parola già studiata, che si chiudeva notte e giorno nella biblioteca domestica a cercarvi le prime compiacenze dell'ingegno fra i deserti delle grammatiche o pei taciti cimiteri della erudizione, non diventerebbe mai un genio. La sua facilità singolare ad apprendere le lingue morte, e quella curiosa insistenza intorno ad opere senza malìa di bellezza o di rivelazioni non erano il segno, cui si riconoscono i creatori, giacchè la passione del libro, inevitabile a coloro che dal libro trarranno un mondo, non impedisce l'altra della vita, ma dentro il libro medesimo ne va in traccia. Il suo ingegno bambino cominciò come tanti ingegni vecchi finiscono, quando nell'ultimo scetticismo non resta più altra verità che la parola, e nell'arte, diventata letteratura, la dottrina del professore prevale alla ispirazione dell'artista. Egli era già il bibliotecario, che preferisce i libri sconosciuti ai libri belli, dimenticandosi del mondo nell'orgoglio della propria solitudine: studiava, ordinava, classificava, scolaro e maestro di se stesso, colla pazienza di un cenobita e l'instancabilità di un nomade. Ogni prospettiva l'attirava, qualunque cifra segnata sopra una pagina diventava per lui un problema, perchè voleva anzitutto sapere più di tutti, mentre dagli echi di tante cose morte si svegliavano nella sua meravigliosa natura di umanista voci profonde di poesia intorno ad un dolore quasi dimenticato. Simile a quei fuorusciti, che l'odio di parte rendeva così terribili, egli si allontanava dalla vita nell'antichità a cercarvi ostinatamente una via di ritorno, alleanze e conquiste, per le quali riapparire alto sull'ammirazione della gente. Da principio non erano che scorribande di ragazzo sopra argomenti da vecchio, ma presto la sua mente si costrinse in una visione sistematica. Quindi dalle parole ascese alle idee, dalle forme ai fantasmi, dai letterati alle letterature: allineò i secoli, confrontò le opere, pesò, respinse, prescelse, seppe essere critico ed artista, dotto e pensatore, imitare lo stile e le figure di un'epoca, lentamente, inconsciamente, sospinto dalla nativa originalità, più importante di quel tesoro con sì dura fatica ammassato, al sagrificio ben altrimenti doloroso della propria rivelazione.
Per lui la gloria diventava la rivincita ed insieme la sua condanna di ammalato.
L'orgoglio di tale mostruosa erudizione non bastava infatti alla sua ambizione di gloria.
A sedici anni potè tradurre e commentare così la vita di Plotino scritta da Porfirio che un vecchio ed illustre critico tedesco se ne giovasse ammirando: più tardi ripetè simile meraviglia sulle lettere di Frontone a Marco Aurelio, scoperte dal cardinale Mai, il più fortunato fra gli esploratori di biblioteche; più tardi ancora finse un inno di Simonide, un'ode di Anacreonte, e una cronaca italiana del Trecento con abbastanza abilità da ingannare i più difficili specialisti di queste materie; ma egli era già troppo poeta per illudersi sopra un simile dilettantismo. Molti prima di lui, intorno a lui, ne erano stati egualmente capaci: Chatterton, e Macpherson avevano spinto l'inganno letterario più alto; Daniele di Föe era arrivato con Robinson Crosuè al capolavoro; altri seguirebbero.
Invece la sua immensa dottrina non concludeva ad alcuna opera vera; mancava a lui la profonda scienza della storia e il trascendente pensiero filosofico per una nuova interpretazione delle letterature, mentre se ne cominciavano già altrove i primi stupefacenti tentativi. Il secolo decimonono rimutò infatti quasi tutti i criteri sull'arte latina, greca, ebraica, orientale, senza che una scoperta o una teoria di Leopardi v'influisse: e, maggior poeta di lui, Giosuè Carducci può adesso vantarsi di aver segnato nella critica letteraria una traccia non meno profonda che nella poesia.