L'ignoranza della grande rivoluzione francese e la riverenza ai nomi consacrati dalla scuola gli offuscarono spesso il pensiero naturalmente acuto. Certo egli si accorse di quanto Annibal Caro avesse ammodernato Virgilio, e come il verso del Parini sarebbe meglio convenuto a tale traduzione; ma lo disse timidamente e non sentì abbastanza la differenza fra Omero e Virgilio, mentre l'Iliade è l'epopea di un popolo e l'Eneide il poema di una letteratura, che Caro doveva falsare in un'altra. Quindi seguitò ad ammirare Caro e Monti, invidiando l'immortalità delle loro traduzioni, garantita dalla immortalità dei testi. Per un poeta come Leopardi, ammirabile ed ammirato grecista, non sentire la menzogna del paludamento rettorico gettato da Monti sopra Omero, o non preferire almeno il verso di Foscolo, così più puro e potente, è un'altra prova del come la letteratura sia spesso il rovescio della poesia, e un poeta si guasti attardandosi troppo nella tradizione scolastica.

Bisogna esser Dante per non degradare la propria originalità, seguendo ovunque Virgilio, o un politico come Machiavelli, uno scienziato come Galileo per creare inconsciamente uno stile vivo fra l'imitazione di tutti i modelli dissotterrati dagli umanisti. Così più tardi Manzoni, nè dotto, nè professore di letteratura, inventò una forma di lirica, di romanzo e di tragedia; e Mazzini, facendosi un'arma della parola, riuscì a quella eloquenza, che Leopardi riconosceva appena nella Apologia di Lorenzino dei Medici e nelle canzoni del Petrarca. Eppure Manzoni e Mazzini scrivevano con lui, più potentemente di lui, quegli rinnovando tutta l'arte, questi tutta la coscienza nazionale. Ma Leopardi non sa nulla del proprio tempo: la rivoluzione francese, Goethe, Byron, Shelley, Schiller non sembrano essere esistiti per lui; non vede la verità e la vita che negli antichi, dei quali ammira sopra tutto la bellezza formale. Avrebbe egli potuto credere che, malgrado Orazio, Virgilio e Plauto, la poesia latina non merita nella storia un alto grado di originalità; che Cicerone non è un grande oratore, perchè era una piccola anima e un mediocre carattere; che l'inno a Venere non basta a fare di Lucrezio un poeta; che Boccaccio e Petrarca sarebbero riusciti più belli sapendo meno il latino; che gli artisti si formano meglio nella vita che nella scuola, poichè nei grandissimi, in Dante, in Shakespeare, in Balzac e in Tolstoi, la novità redentrice, la bellezza inimitabile, ascende in loro dalla coscienza nazionale?

Egli invece legge, intaglia, ritaglia le frasi di antichi scrittori, impara ed assimila: Giordani, un pontefice della letteratura, è il suo consigliere e gli suggerisce il solito precetto di scrivere prima in prosa e poi in verso. È possibile che scolasticamente la prosa di Leopardi sia perfetta, tutti anzi ne convengono, ma non è viva, non è la prosa del nostro secolo, non si piega, non si colora, non grida, non si oblìa nella nostra passione e nel nostro pensiero: sarà senza un difetto, ma le manca la naturalezza; è tersa come uno specchio, non come un'onda. Provatevi con questa prosa a sorprendere un dialogo, a stendervi un racconto attuale, a muoverla in un discorso fra gente mossa: immaginatevi Cavour, Mazzini, Ferrari, Manzoni costretti ad esprimere in essa la propria irresistibile modernità. Malgrado i letterati, che lo vantano ancora ultimo modello dei prosatori, Leopardi non è per gli artisti che un classico fra i classici imbalsamati dalla tradizione della scuola, senza ripercussione nella vita. Nessun scrittore veramente vivo derivò da lui la propria prosa dell'articolo, della novella, della storia, del trattato: i modelli ne sono altrove, e per diventare modello alla propria volta non bisogna averne troppi. Manzoni e Mazzini invece proseguono così dentro di noi, che ognuno li ripete inconsciamente. Rileggete i dialoghi di Leopardi, dimenticando che siano suoi, e vi sarà difficile trovare nelle loro movenze la scultura o la flessuosità di un carattere. Confrontate i suoi pensieri con quelli di Pascal: costui sembra parlare e la sua parola s'incide indimenticabile nello spirito, l'altro invece scrive per scrivere e non dice quasi mai nulla. Pazientemente, per prova, rileggete la sua Storia del genere umano, l'Elogio degli uccelli, il Parini, i Detti così poco memorabili di Filippo Ottonieri, e domandatevi quale di queste pagine possa vivere davvero nell'anima del pubblico.

Eppure il poeta della Quiete dopo la tempesta, del Sabato del villaggio, delle Rimembranze, avrebbe potuto vivere anche fuori del verso se il suo pensiero, invece d'isolarsi nella scuola, si fosse come la sua passione qualche volta obliato nella vita. Ma egli era troppo ammalato e troppo solo. Bisogna in Leopardi distinguere due uomini; il prosatore, nel quale si rivelano le attitudini e le abitudini dell'intelletto; e il poeta, che, abbandonandosi nelle liriche più intime al proprio cuore, trova finalmente l'originalità di se stesso in una nuova parola, dentro una nuova musica. Il prosatore non è nè grande nè piccolo, poichè la sua maniera non ripresenta che una forma morta; il poeta invece appare meraviglioso senza essere grande. Egli non inventa alcuna forma, il suo verso non sembra e non è più perfetto che in altri, la sua fantasia è grigia come la sua vita, con pochi fantasmi, e anche questi quasi senza rilievo; ha la voce roca, l'accento monotono, una sola corda sulla lira, l'atteggiamento lugubre. Ma non è più il letterato, e dimentica ogni erudizione, non imita modelli e non si compiace nella frase, non ricama la parola; è vero, intimo, profondo, così inconsolabile che tutti si ammalano, ascoltandolo, della sua malattia. Perchè questo poeta non è che un malato. Dolore, pessimismo, disperazione, non hanno in lui altra causa ed altra forza: indarno egli lo nega orgogliosamente con Gioberti per darsi un contegno, giacchè in lui manca l'ascensione filosofica. Il suo ateismo è quello di un infermo, al quale ogni preghiera tornò inutile per ottenere da Dio la guarigione; il suo pessimismo è rimasto ingenuo come in tutti coloro, che negano la vita per non esservisi potuti abbandonare, e invece vi credono più intensamente degli altri, che la vantano. Paragonate il pessimismo dell'Ecclesiaste a quello di Leopardi. Il poeta non ha sofferto che contemplando il mondo come da una finestra di ospedale, non ha posseduto nessuna donna, e quelle che amò furono un profilo appena intravvisto: come capirebbe dunque l'antica parola di Salomone: «La donna è più amara della morte»? Se patì per l'ignobile, inintelligente egoismo dei genitori, non saprebbe ribellarsi loro; la tragedia politica della patria non lo punge, l'isolamento stesso lo salva dall'atroce battaglia della concorrenza. Questo ateo adora tutte le virtù cristiane, questo infelice non odia alcuno: è disgustato della vita e morirà sognandola. Promettetegli un sorriso di fanciulla, un complimento di amico, un applauso della folla, e lo vedrete ridiventare lieto e confidente: ridategli la salute e gli avrete ridata la paura della morte. Altri poeti del suo tempo furono più disperati di lui, perchè non si può davvero odiare la vita prima di averne spremuto tutto il veleno, mentre ai poveri e agli infermi rimane sempre l'illusione che ricchi e sani avrebbero potuto essere felici.

Leopardi non è il poeta della doglia universale.

Bisogna essere Diocleziano o Carlo V per soffrire davvero la nausea della gloria, o avere esaurito tutta la filosofia come Kant, tutta l'arte come Michelangelo, per sentirsi così stanco della vita da non rispondere più nemmeno con un sogghigno alla eterna tentazione del suo sorriso. Leopardi non bevve come Musset e come Heine a molti cuori di donna per poterne morire avvelenato; non provò il vuoto nè della gloria, nè dell'amore, nè della libertà, nè della ricchezza; accusò la natura ed affermò l'infelicità di tutti gli uomini nella tristezza appunto di essere solamente uno spettatore fra essi. Quindi la sua bestemmia è senza fiele, la sua invidia senza satira, e vaga la sua disperazione. Egli non è stato il poeta di alcuna miseria: ingenuo ed inconsolabile, non parla e non canta che di se stesso; il suo cuore buono ma chiuso non sente gli altrui spasimi, non avverte le tragedie, che circondano e superano la sua. Che cosa gli è mai accaduto? Chi lo tradì? Se i genitori non lo amarono, non furono nemmeno di quelli che disonorano la vita dei figli. Vide distrutta l'opera propria? Dovette stendere elemosinando la mano? Gli fu interdetta la parola, falsato il pensiero, violata l'anima? La sua poesia non esprime che la passione di una minoranza tra gli infermi, quelli da una primigenia debolezza inguaribile messi fuori della lotta e della vita.

Così egli non potè diventare un grande poeta.

Thierry, ammalato quanto lui, forse più di lui, crebbe invece a grande storico; Swift, ammalato anch'egli, arrivò nell'ironia alla significazione di un dolore ben più raccapricciante che nella Ginestra o nel Bruto minore; Burns trovò nella fame grida che fanno torcere le viscere; Pöe e Baudelaire vissero nel delirio, Verlaine mendicò ai conventi, Murger morì all'ospedale, Lenau pazzo, Riga impalato, Acuna si suicidò. Ma in Leopardi l'originale bellezza prorompe appunto dall'antitesi della sua ingenuità colla sua disperazione: è sempre il medesimo fanciullo, che sorride penosamente volendo sogghignare; il collegiale, che s'innamora da lungi e sogna la gloria sui libri, fra le vanità erudite della scuola, finchè un battito del cuore lo desta da quel sonnambulismo. Allora vede come in una chiarezza di risveglio la quiete di un piccolo paesaggio dopo la tempesta, una sera di sabato nel proprio villaggio, ascolta nel tramonto la canzone di un passero solitario, e la ripete; o cantando di notte come un pastore alla luna, improvvisamente, crede di riconoscere fra i veli di una rimembranza l'incerto profilo di Nerina, il volto altero di Aspasia, e scoppia in un inno impetuoso come una meteora all'amore e alla morte.

Ma, cessato il canto, il poeta non è più.

Quando vuole esserlo deliberatamente per gridare all'Italia o fantasticare col cardinale Mai, invece il pensiero gli si abbrevia e la strofe non vola: è un imitatore più abile che fortunato, un retore indarno sicuro del proprio strumento. La Ginestra, tanto vantata, non è che un riassunto in versi delle sue prose, una canzone di fattura buona ed antica, senza grandi qualità: nel Bruto minore mancano Roma e Bruto, il dramma e la figura, l'invettiva si diluisce nella disquisizione, e il poeta filosofeggia in versi troppo studiati perchè la scena e la passione ne escano sinceramente. Aveva Leopardi letto il Giulio Cesare di Shakespeare? Si ricordava il Bruto degli ultimi atti? Non lo so. Migliore è forse l'ultimo Canto di Saffo, quantunque non veramente di Saffo e nemmeno di donna, ma di lui, sempre lui, l'innamorato senza amante, che racconta se stesso maledicendo; però quell'ambiguo fantasma pare vivo all'accento. Nel Consalvo invece il fantasma è evidente, perchè di un malato all'ora estrema, mentre gli atti e le parole sono di un romanticismo fortunatamente unico in Leopardi. Dopo di lui Tennyson in tale genere ha saputo fare più e meglio.