Che altro vi è ancora nella sua opera poetica? Alcune traduzioni di idillii e una satira moderna in ottava rima, piuttosto facile che originale: pare un poema politico, continuato dalla Batracomiomachia; ma non è nulla, non ricorda, non disegna, non colpisce. Il riso è impossibile a Leopardi, la realtà non gli si rivela chiaramente nella flagranza delle contraddizioni. Il vero poeta della satira lanciava già i primi razzi da Pisa fra le grida allegre della studentesca, senza un pensiero dell'altro, che moriva a Napoli fra la disattenzione della gente spaurita dal colera. Oggi Leopardi torna di moda, e Giusti invece attraversa un'ecclissi; ma questa moda non è più la prima ammirazione, delicata e profonda, pel grande infelice.
Una nuova teorica passò devastatrice sulla vita di tutti i più illustri, togliendo loro la verità della supremazia: adesso il grand'uomo non è che un malato, e l'ingegno una degenerazione. Lungamente, accanitamente, si scrutò dentro intorno a coloro, che meglio significarono la profonda moltiplicità dello spirito, per concludere che il genio è un difetto solamente perchè in esso durano tutti i difetti dell'umanità. Se una volta il grand'uomo pareva al disopra di questa, ora appare al disotto; prima l'apoteosi, dopo la gogna. Ma la teorica era cominciata più in basso fra i delinquenti, nei quali non si voleva vedere che un arresto o un ritorno alla primitiva barbarie, una categoria di malati ereditari ed inguaribili. Costoro si dichiaravano per certi segni; a qualunque vizio di forma corrispondeva un vizio d'intelletto; a ogni errore di linea un errore di condotta: quindi nessuna colpa in essi, poichè il libero arbitrio era una illusione e la morale soltanto un risultato meccanico degli interessi. Per conseguenza i codici della giustizia dovevano mutarsi in codici sanitari, le prigioni in ospedali, i giudici in medici di ammalati incurabili. Era una resurrezione dell'antico materialismo senza novità nell'idea, ma con metodo migliore. Soppresso lo spirito, ridotto l'uomo ad un animale e questo ad un organismo, siccome i moti vi dipendono dalla struttura e la fisonomia è appunto una forma costante di questi, bastava cercare in essa il segreto di ogni atto. La psicologia stava sulla faccia e il pensiero nel cervello.
La scienza diventava facile.
Ma il mondo del pensiero non è così.
L'uomo, essendo un animale, non è solamente animale, il pensiero ha espressioni personali ed impersonali, il volto è una fisonomia e una maschera. Vi sono nello spirito idee, che la parola non può significare; il cuore ha sentimenti, che la faccia non rivelerà mai; il delinquente non è un mostro, ma un uomo come gli altri, nel quale il delitto cominciò dal peccato, prima invisibile opposizione della nostra volontà alla legge. I delinquenti, analizzati, classificati per segni esteriori dalla nuova teoria, non erano che i condannati della vecchia legge, giudicati quindi sopra una sola azione, con prove fatalmente monche, da giudici insufficienti. Il tribunale non è l'ambiente, nel quale il delitto fu commesso; i testimoni sono sempre interessati all'accusa o alla difesa, le relazioni parziali, i giudizi frammentari, la coscienza dell'imputato un mistero. Egli può essere colpevole; ma, se lo è, l'essenza della sua colpa ha ragioni misteriose anche per lui: il delitto come ogni altra azione è un punto in una serie, un anello in una catena. Tutta la vita individuale e sociale di quell'uomo vi passò e decise; ma come conoscere, riassumere, giudicare una vita? La legge e la scienza vi sono del pari impotenti: la legge condanna l'azione ed applica una pena al delinquente senza pretendere ad una vera equazione fra questa e quella: la nuova scienza invece pretenderebbe all'equazione anche più impossibile fra delitto e delinquente, saldati nell'immutabile unità di un organismo. Ma i segni rivelatori della delinquenza nell'individuo non bastano alla determinazione del tipo: scoperti prima dell'arte, rimasero sempre dubbi come tutte le rivelazioni sull'uomo, che, condensando in se stesso l'intera umanità, somiglia ad ogni altro uomo, può tutto pensare, tutto sentire, tutto commettere.
Vi è certamente un rapporto fra il nostro spirito e il nostro corpo, la nostra volontà e il nostro organismo, ma nessuno potè mai precisarlo: sappiamo soltanto che in certi momenti l'anima subisce una ecclissi, durante la quale sembra ubbidire ad impulsi materiali, mentre in altri si libra nella sfera delle più pure astrazioni.
La recente teoria aveva il torto di essere vecchia, negando il dualismo del nostro essere, e contraddicendo al proprio vanto di non poggiare che sui fatti, mentre cominciava dal sopprimere in questo il fatto più primordiale e costante.
Ma il suo orgoglio falliva anche nell'analisi. Se tribunali e giudici istruivano fatalmente processi monchi e davano sentenze insufficienti, i nuovi scienziati non ottenevano nei gabinetti e nelle cliniche migliori risultati: le loro inchieste moderne non valevano più delle antiche istruttorie, i loro schemi patologici meglio delle categorie giuridiche, mentre le loro decisioni apparivano anche peggiori degli altri verdetti. Ma se non vi è nell'uomo una morale, un diritto, una giustizia superiore all'uomo, a che pro quest'ultima ipocrisia di sostituire le carceri cogli ospedali? Perchè, in nome di quale interesse, i sani manterrebbero a proprie spese malati inguaribili, e gli aggrediti gli aggressori?
Che cos'è più il delitto fuori della morale?
Nella lotta per la vita i vincitori sopprimono i vinti: la nuova teoria invece non aveva il coraggio della propria logica, proclamando la utilità di eliminare colla morte tutti coloro, che la maggioranza giudicherebbe inconciliabili nella sua vita.