E la biografia del biografo non sarebbe egualmente necessaria prima della sentenza?
Coloro, che vissero presso Napoleone e Garibaldi, li conobbero forse meglio di noi, che li vediamo nella prospettiva storica? Si è forse dimenticato che ogni superiorità è una maschera per la maggior parte della gente, la quale, interrogandola, ne intende soltanto le risposte più gradite?
Ma contro Leopardi l'indagine passò ogni misura per non giungere che ad una inutile negazione. Con quella ingenuità così facile alla scienza, quando dimentica se medesima nella vanteria delle spiegazioni, si volle anche per lui cercare l'origine dell'opera negli antenati, e si risalirono cronache domestiche e paesane dietro ai malati e agli infelici della sua casa, che per legge atavica dovevano avergli trasmessa l'eredità del genio doloroso, senza dubitare un solo momento che questa legge resterà sempre un'ipotesi nella razza umana. Per la scienza l'uomo non ha altro parente che la madre, mentre tutti gli altri figurano appena come rappresentanti legali nella buona fede del costume o per la fede sublime dell'anima; ma, sapendo il vagabondaggio sessuale del maschio e della femmina, come potrebbe la scienza costruire sulle parentele una serie qualunque? Le rassomiglianze forse? Ma facilmente fallaci, perchè dominate in noi da una prevenzione, non sono mai bastevoli, e quando anche lo fossero, in qual modo precisarle al di là dei vivi?
La generazione è un mistero.
Quell'inglese Galton, che in un libro studiò la figliazione del genio, fece opera di poesia e non di scienza: sciaguratamente il libro non riuscì abbastanza bello, e poesia e scienza vi tramontarono nella rettorica. Con peggiore fortuna e più acre caparbietà si vollero quindi radunare nel giudizio su Leopardi tutte le sue miserie, le confessioni, le dicerie di amici e di nemici, di dotti e di ignari, come coefficienti decisivi alla diagnosi della sua malattia.
Malato certamente era, ma il suo cuore e il suo intelletto si mantennero sani. Malgrado le nebbie della melanconia, nessun'altra figura appare più limpida della sua; poco importano i suoi urli di dolore, o le idee in certi momenti a lui suggerite dalla disperazione. Se egli fa pessimista, tutti gli uomini, discendendo a certe profondità, lo diventano; ma anche in queste, piangendo e maledicendo, serbò fede alla bellezza e alla virtù. Il suo pessimismo non scivolò mai nella immoralità, le sue bestemmie affermano una religione più alta della comune, il suo disprezzo tradisce lo spasimo di una aspirazione ideale, il suo odio della vita non è che un'acredine dell'amore. Egli non chiede consolazioni all'empietà: è uno stoico che protesta, un cristiano che si duole, e sopratutto un infelice che invoca.
Ecco perchè il mondo lo ama.
Nessuno prende sul serio la sua filosofia e tutti s'interessano alla sua disperazione.
Le donne sole non lo guardano: egli ne singhiozza notte e giorno, forse in questa angoscia la natura esasperata lo trascina giù a qualche miserabile e solitaria rivincita, ma nella sua anima il fantasma della donna sfavilla sempre nella stessa luce cilestrina, e il suo orgoglio di uomo non si drizza che una sola volta dinanzi alla crudele vanità di una dama. In tutta la sua poesia non una parola contro il padre e la madre, che furono il suo primo e più lungo dolore. Se la compagnia mondana gli ripugna e non vede la magnifica sanguinante tragedia già incominciata con Mazzini e Garibaldi, egli è un malato, chiuso fra i libri, che difficilmente può avere del mondo bastevoli notizie: se il suo cuore di poeta non canta i dolori degli altri, questo egoismo è una miseria comune a tutti gli infermi, e nondimeno in qualche ora meno tormentosa la sua simpatia si effonde e la sua parola consacra alla gloria della immortalità qualche effimero quadro nella esistenza dei poveri, come in quella mirabile quiete dopo la tempesta, o in quella sera di sabato, quando nel villaggio la gente si riprepara alla breve gioia della domenica.
Egli ama la gloria; gitta un grido di riscossa all'Italia, un altro d'invocazione a Dante; si crede Simonide sul colle d'Antela, Bruto nella pianura di Filippi, Consalvo morente e beato per un solo bacio di Elvira; invidia a Silvia di essere morta nella purezza degli anni giovanili; il giorno delle nozze ammonisce la sorella Paolina di augurarsi figli miseri piuttosto che codardi; ad un giocatore da pallone addita più nobili giuochi e più generosa palestra; dinanzi al ritratto di una bella donna scolpito sul sepolcro nessuna sensualità lo turba, ma austero e melanconico saluta quella morta, che lo ha preceduto nel mistero.