I degenerati non sono così.
La salute nel suo spirito si rivela nella purità della forma poetica. Non una rilassatezza o una contorsione nel verso; la sorgente ne è profonda quanto la musica, la frase castigata quanto il pensiero. Affamato di gloria, non concede nulla alla vanità, non cerca affannosamente il pubblico, insidiandolo nel gusto per carpirgli un applauso. Una stupenda euritmia gli accorda le figure col fondo dei quadri, una stessa verità perfeziona il loro atteggiamento e le loro parole: vi è la tradizione classica, ma più ancora di questa tradizione una coscienza magnanima di arte. Dopo l'abbarbagliamento rettorico di Monti, e nel primo incanto della poesia manzoniana, dietro la quale tutta Italia saliva osannando, serbarsi così lontano, originale, non contrarre alcun vizio, non degradarsi nella celebrità per meglio attingere la gloria, ma cantare solamente a se stesso come un cigno non visto e non ascoltato, è forse la più stupefacente meraviglia di un poeta in questo secolo.
Altri lo vinsero d'ingegno.
Egli non poteva essere grande, perchè la grandezza di un uomo si forma appunto dalla quantità di vita rappresentata, e per un poeta come per un politico il teatro diventa misura. Tutta la sua immensa dottrina rimase inutile meno per colpa sua che del mondo nel quale passò: altrimenti nato e vissuto, che sarebbe egli diventato? Inutile chiederselo: questo è uno dei tanti problemi assurdi, nei quali la fantasia si compiace a compromettere la storia. La sua figura è ormai precisa nell'anima d'Italia.
Se Manzoni gli sovrasta, avendo rinnovato pressochè tutta l'arte; se Foscolo prima di lui, meglio di lui, aveva indotto nel verso una non superabile bellezza, evocando nell'Aiace con minore erudizione più vere anime greche; se Carducci oggi sembra ed è lirico di più lungo e vario volo, nessuno come Leopardi seppe essere tanto antico e tanto moderno, classico ed ingenuo. Il suo bagaglio poetico è piccolo, ma non si può altrimenti galleggiare sul fiume sempre più grosso della posterità. L'Italia, preparandosi alla tragedia del risorgimento, aveva già in Mazzini, in Garibaldi, in Cavour, in Ferrari, in Cattaneo tutta l'eroica modernità del pensiero; Monti e Foscolo erano morti, Manzoni non cantava oramai più, guardingo della propria gloria e dubitoso per terrori cristiani; mentre Leopardi mandava gli ultimi lamenti, quasi preludi a più tragiche disperazioni.
Ieri, a festeggiare il centenario della sua nascita, convennero nel natio borgo selvaggio rappresentanti di ogni parte d'Italia: vi furono discorsi, si murarono lapidi, si scoperse la statua, si disse tutto l'elogio e il biasimo, le volgarità antiche e le nuove. La gloria è così. A Recanati adesso ogni cosa si intitola dal nome e dall'opera di Leopardi; nel suo palazzo sono esposte anche le sue cambiali.
Ne sarebbe egli contento, sapendolo? Troverebbe dopo un secolo mutata la sua famiglia?
Povero gobbo!
Egli non è grande. Nel secolo decimonono, cominciato sotto l'occhio olimpico di Goethe e finito dinanzi allo sguardo profetico di Tolstoi, Leopardi appare un solitario. Molti lo superano dell'omero, ma la sua figura rimarrà indimenticabile. Sainte-Beuve e Hamerling hanno indarno voluto tradurlo, perchè la sua bellezza è un segreto essenzialmente italiano: di Byron, di Musset, di Hugo, di Lecomte Lisle, di Witman, di Swinburne, di Heine, di Morris qualche cosa resta nelle traduzioni: la loro fantasia ha creazioni più prestigiose, immagini più abbaglianti, scene più vive, fantasmi più originali: la loro passione solcò come un torrente il loro secolo, e la loro parola può quindi echeggiare in altre lingue, ottenere diritto di patria presso tutte le nazioni.
Adesso l'arte pare mutarsi in tormento. Le sue forme più certe ondeggiano e si dissolvono; poesia e pittura, libro e teatro, musica e verso non hanno più una limpida coscienza di se stesse: il pubblico avido e distratto esige la novità senza intenderla, il clamore dei giornali copre la voce dei solitari, le necessità del commercio e le brutture del successo viziano opere ed autori. E la scienza, arrivata ultima, raddoppia l'imbroglio. Se una volta infastidiva la religione colle pretese a spiegare tutti i misteri, oggi guasta l'arte colla prepotenza delle intervenzioni e l'insania sistematica: medici e sociologi s'improvvisano critici; grandi romanzieri come Zola hanno potuto vantarsi senza ridere di applicare il metodo sperimentale ai proprii personaggi.