Quante volte mi siete apparsa in questo gabinetto non più grande di una cella, di notte e di giorno, quando l'inverno aveva disteso intorno alla casa deserta il suo mantello bianco, e per la valle, sui campi, dai colli, un silenzio di abbandono, quasi un freddo di astro spento, cresceva nel trionfo della morte! Quest'anno l'inverno è stato più lungo e più squallido. Sulla neve gli scheletri degli alberi parevano immobili in atteggiamento più disperato, una nebbia alta nel cielo velava il sole, o abbassandosi si apprendeva in lagrime di cristallo a tutti i rami scarni, mentre gli ultimi uccelli erravano indarno pigolando e mendicando. Molte notti, nel ritornare solo, ho trovato il vostro fantasma alla porta della casa: eravate sempre così vestita, di un abito molle e scuro, colla testa nuda, lievemente inclinata sulla spalla sinistra: altre volte invece vi scorgevo improvvisamente a fianco della scrivania guardandomi segnare su queste pagine qualche tappa di una fra le carovane di idee, che mi attraversano lo spirito. Perchè scrivere ancora quando nessuno aspetta più il nostro messaggio? Perchè il silenzio è così insopportabile allo spirito, che per romperlo parla a se stesso?
Indarno coloro, che non amano, vogliono dimenticare l'amore, o quelli che amarono la gloria, sperano di potersi distrarre dall'incanto ardente della sua visione. Dopo la morte di tutte le speranze ve n'è un'altra in noi che non vuole morire, ma cresce e vigoreggia simile all'erba dei cimiteri indarno piegata dal vento e corrosa dalla terra fangosa intorno alle croci. Di questa erba troppo grassa la religione ordina l'olocausto, perchè gli animali domestici non abbiano a mangiarne, ricevendo forse dalle mani del figlio un qualche gambo cresciuto sul cuore della madre. E alla gente pare così di essere poeti.
Lasciate che lo credano: la felicità comincia appunto dall'ingannare se stessi.
Abbiamo tutti qualche morto nell'anima, pel quale soffriremmo troppo nel vederlo maltrattato: qualcuno porta la mamma seppellita nel proprio cuore, altri un figlio, altri ancora una donna amata nel primo fervore della passione o nelle sue ultime melanconie. Questi morti dormono come dentro un altare, al quale torniamo inginocchiandoci nell'ora delle segrete preghiere, sotto lo spasimo di nuovi abbandoni.
Ma vi è chi, non avendo più alcuno nemmeno fra i morti, seppellì nella propria anima qualche magnifico fantasma, cui offre ancora corone votive. Così la mia fantasia alzò da molti anni un invisibile monumento a san Francesco, il magro poeta del dolore, che nello spirito profondo intendeva pure il linguaggio delle cose più morte; e ho scolpito il santo colla pallida testa nuda, le mani scarne e tremanti nel fervore della preghiera. I suoi occhi brillano di uno splendore stellare, il suo sorriso ha lo stesso fremito dell'aurora sul fondo cupo della notte, quando la luce riappare come una speranza: non l'interrogate, non chiedetegli una grazia, perchè se siete infelice, egli potè già ottenervela. Da un grado più basso, ritta nel candore dell'impassibile nudità, Venere lo guarda coi grandi occhi glauchi: anche essa ha vinto il dolore, e, trionfatrice nella bellezza, sorride al Santo perduto nell'estasi di una astrazione divina. Se qualche statuario comprenderà un giorno come san Francesco e Venere rappresentino la stessa vittoria, forse questo mio segreto monumento apparirà agli occhi attoniti della folla, che da secoli si prosterna a questi due simboli senza poterli conciliare in un solo culto.
Ma ogni bellezza è pura.
Quante generazioni di poeti e di scultori dovette esaurire la Grecia per estrarre dalla deformità del nostro corpo la linea divina della Venere? Quante generazioni di penitenti e di martiri allineò il cristianesimo per attingere l'ideale della perfezione nel dolore con san Francesco? Chi s'inginocchia più dinanzi alla Venere del Louvre, riconosciuta oggi per una vittoria, alla quale il peso dello scudo spezzò forse le braccia, o chi in tanto rifiorire della letteratura francescana osa dire che san Francesco fu un poeta silenzioso pari ai più grandi immortalati dalla parola? Il verso non è sempre la forma più bella e profonda della poesia: Cesare morente, che dice a Bruto: — Tu quoque, fili mi — non è forse maggior poeta di Leopardi nel Bruto minore? Quale canzone a Dante vale la firma di quello scultore toscano sotto l'istanza al papa per il ritorno a Firenze delle ossa esigliate: «Michelangelo Buonarroti impegnandosi a fare un monumento degno del grande poeta»? Nell'ode di Carducci per Aspromonte vi è forse accento più lirico che nel grido di Garibaldi ferito ai volontari: — Non tirate, viva l'Italia? — Gli ultimi versi di Amleto, concedendo a Fortebraccio di attraversare la Danimarca col proprio esercito, così belli di eroica cortesia, superano l'estrema lettera di Mazzini per chiedere il permesso di morire incognito a Pisa?
Il verso è un vaso, nel quale la poesia lascia talvolta cadere qualcuna delle sue lagrime fragranti, ma più spesso le piange sui venti, che ne diffondono l'aroma divino su tutta la terra, o più spesso ancora il vaso pazientemente cesellato rimane indarno sull'altare, finchè uno scriba non venga a riempirlo di fiori intagliati in una qualche carta olezzante.
Al pari della religione la poesia non può sottrarsi alla degradazione del culto: scuola e sacrestia corrompono egualmente il testo col commento, o falsano colla decorazione dell'idolo la bellezza pura del simbolo: e allora i poeti non parlano più che nel linguaggio di tutti, o al di là della parola cercano le sorgenti di un'altra poesia.
Mentre alla corte d'Isabella la cattolica gli umanisti si vantano di resuscitare l'epopea esumando autori latini, Cristoforo Colombo, nuovo poeta, salpa sulla Santa Maria verso la terra del mistero; e nella corte di Ferrara invece Lodovico Ariosto seguita a credere che la poesia dell'avventura sia tutta nelle cavalleresche leggende del medio evo, così morte anche nel suo pensiero che gli eroi vi ricompaiono evocati dal capriccio di un sogno, simili alle maschere di un carnevale, cui un'ironia troppo cosciente nega persino questa ultima verità.