Quanto più piccolo lo aveva fatto la natura o in basso respinto la società, e più alto egli si levava sopra entrambe, stringendo la propria vita in pugno come un'arma per colpire lassù, dove l'individuo è simbolo, cui la folla si prosterna, e morire così al disopra di ogni giustizia. Che importano le sentenze della legge o del costume, se qualunque atto, salga da troppa profondità o attinga troppo in alto, deve sempre essere falsamente misurato, e chi lo compie ha in se stesso l'indiscutibile ragione della morte?
Non vi può essere delitto quando l'egoismo non ne sperò alcun frutto.
Una superbia lucida come i ghiacci delle cime più inaccesse illumina allora di spettrali chiarori la lunga vigilia dell'azione. Ebbrezze mute di un segreto superiore a tutte le curiosità, inesprimibili melanconie della dedizione suprema, amaritudini della morte lungamente assaporata nella fatica febbrile della volontà, entusiasmi di eroe che sconfigge e di martire che perdona, ondeggiamenti di tempesta e impeti di folgore, l'anima solitaria sopporta tutto, delira di tutto. Il sogno diventa incantesimo, che si dilata tra vampe e vapori entro una scena immobile, per la quale una forza arcana ci spinge direttamente.
Quel Caserio, che pugnalò il secondo presidente della repubblica francese, non compì forse l'atto ferale colla impassibile precisione di un sonnambulo, e non si destò gettando quel grido che lo scoperse già salvo tra la folla? Quell'Angiolillo, che uccise Canovas, ministro presidente di Spagna, non rimase assorto nel proprio atteggiamento di cavaliere sino sulla sedia della garotta? Quell'Henry, che gettò una bomba in un caffè parigino massacrandone la folla, non serbò la faccia opaca di un allucinato dinanzi alla lunga processione dei feriti, e non rispose con un gesto di statua alla madre piangente, la quale tendeva le braccia verso di lui?
Tutti costoro oltrepassarono il delitto o guardandolo dalle regioni della morte non lo riconobbero più. Che se l'incantesimo vanì prima di essa e ricaddero nelle perplessità del rimorso davanti al patibolo, non capirono egualmente il proprio atto, come il poeta non può risalire nell'ode già caduta dal cielo della sua ispirazione.
E trascurabili sono le differenze intellettuali fra questi messi del dolore, che la follia conduce per mano alla morte, e la morte non può rilevare a se stessi. Precursori di un messia, che evochi dalla distruzione del nostro mondo un'altra umanità, essi ne annunziano l'avvento coll'orrore degli antichi olocausti: quindi la vittima prescelta è sempre simbolica o anonima, un re o una folla, che il sacrificio deve consumare col sacrificatore. Delitto? certamente per la legge. Errore? senza dubbio per la scienza; ma la vita e la storia poterono mai fare a meno dell'errore?
Invincibile come tutti i solitari, l'anarca non ha partito.
Coloro adunati in tale nome sono sofisti, i quali non sanno che l'anarchia nella propria suprema negazione prova appunto la stessa insufficienza in tutti i partiti, o saccomanni che impazienza dell'imminente battaglia disfrena già negli accampamenti.
Contro gli uni e gli altri basta il grido delle sentinelle o l'impeto disciplinato di qualche manipolo; quegli sovrasta a giudici e a patiboli.
Caserio non conosceva Carnot, Angiolillo non conosceva Canovas, Henry non conosceva alcuno nella folla di quel caffè parigino, Lucheni non conosceva l'imperatrice Elisabetta, come uccisero dunque? Le loro spiegazioni non valgono meglio dell'altre, che la gente si baratta per sottrarsi al peso del mistero: l'arte sola potrà forse un giorno spiegarlo, perchè l'arte sola crea attingendo alle profondità dell'inconscio, e come la natura accettando tutti i modi della morte.