Non mai il desiderio di essere poeta mi vinse come nel giorno che lessi il dispaccio dallo Spitzberg: «Andrée è partito». Tutta l'antica odissea non aveva nei lunghi canti, così pieni delle parole della notte e del mare, tanta poesia come quella breve notizia incisa sopra una colonna di giornale, fra l'indifferente promiscuità di cento altre.
Egli era partito finalmente.
Da anni perseguiva quell'impresa di sogno colla tenacia nostalgica delle grandi passioni contro ogni difficoltà della vita, e quelle ancora della fede che ci abbacina col suo miraggio, e della incredulità che lo dissipa col riso come il vento spazza i vapori. Che cosa vi era al polo? Dei ghiacci, forse delle terre come dappertutto, una solitudine inabitata ed inabitabile, senza interesse per la vita, senza importanza per la scienza. Questa ha potuto egualmente risolvere i massimi problemi della sfera terrestre, quella non vi cerca e non ne attende rivelazioni. Il polo è inaccessibile, ecco la sua forza magnetica sulle anime che, guardatolo una volta attraverso il mistero della sua lontananza, vi rimangono fise e trepide come l'ago della calamita. Non è un altro mistero quest'ago ostinatamente immoto ad un punto, come se lo spazio, a rovescio del tempo, non avesse che un'ora sola? Questa linea invisibile che un ago può egualmente segnare attraverso la terra, in ogni sua posizione, malgrado le scosse e i tremoti, che la sconvolgono? Tutti i nostri viaggi non sono che una distanza da questo ago; la nostra geometria non ha una linea meno inestesa e più sicura della sua, la nostra metafisica un simbolo più astratto e preciso.
Al di sopra delle conquiste consacrate dalla storia, certamente quella della terra fu la più antica e la più grande.
Ovunque uomini assalirono uomini, non la terra fu l'oggetto della conquista ma gli uomini stessi; padroni che cercano dei servi, servi che ricacciano dei padroni, non altra è la spiegazione di tutte le vittorie. Ma l'uomo dovette prima cercare la terra. La nostra poesia nacque in questo viaggio, esprimendone l'emozioni profonde fra le terribili meraviglie dell'ignoto, dentro la bellezza delle solitudini che non aspettavano l'uomo, dinanzi ai monti che non erano ancora confini, sui lidi dai quali la mobile distesa delle acque si allontanava a toccare la curva dei cieli nella vacuità trasparente della luce. I primi uomini andavano sempre, senza fermarsi, perchè la terra era ancora troppo grande ed essi troppo piccoli per concepire l'idea di possederla; si nutrivano ovunque, morivano ovunque.
Nulla è rimasto della nostra vita in quei giorni, che possa parlarne adesso al nostro spirito: appena qualche eco ne trema forse nei poemi, che diciamo antichi e son anch'essi moderni dell'epoca letteraria, quando la poesia cantava già per ascoltarsi. Allora invece l'uomo cantava come gli uccelli, senza intenzione o memoria di arte: la sua poesia era una esaltazione dello spirito nella verginità mattinale della coscienza che si ignora, nell'impeto inconsapevole degli istinti non anco stancati dalla riflessione. Correre sulla terra o sul mare, quando non si sa ancora che cosa vi sia, senza ricordo di altre vite, nella differenza degli animali per la morte, trovando un nuovo panorama per ogni giorno, pensando ove non fu mai pensato, creando i primi fantasmi fra le cose, annunziando le prime idee alla natura, gridando sul silenzio del mondo la profezia dell'ideale, ecco la poesia che nessun poeta potrebbe oggi rinnovare. «Navigare necesse est, vivere non necesse est» — fu il motto eroico di Ulisse che salpò da Itaca verso la morte oltre i confini di Ercole, la parola segreta di Colombo che cercò sino quasi alla vecchiaia una nave, il grido impaziente di Andrée che attese quasi due anni il vento; perchè di questa poesia, sepolta sotto tanta rovina di memorie nell'anima umana, qualche fiamma guizza ancora, ripetendovi i barbagli della luce, dentro la quale la bellezza del mondo apparve già nella sua stupefacente novità.
Oggi esso è vecchio al pari di noi, lo abitiamo come una casa, lo possediamo come un campo; tutti i suoi luoghi portano le nostre tracce, tutte le solitudini furono attraversate e salite tutte le vette. Quei viaggiatori, che si avventurano ancora nei deserti, vi cercano qualche nascosta ricchezza o la prova di una ipotesi scientifica, per la quale tornare fra gli applausi della gloria. Essi troppo sanno anche prima. Il deserto a loro sconosciuto è abitato da selvaggi primitivi dinanzi all'orgoglio della nostra civiltà, e tuttavia lontani quanto noi da quei primissimi giorni. Certamente il pericoloso viaggio esige l'anima grande, perchè la morte vi moltiplica tutte le proprie paure, ma non è il viaggio di Ulisse.
Il Laertiade non sapeva.
Dopo aver attraversato l'Iliade e l'Odissea, il vecchio eroe udi la voce del mare chiamarlo dentro la rustica reggia nelle lunghe notti senza sonno: egli aveva tutto veduto e tutto provato fra gli uomini. Quindi si levò cercando nelle case i più soli fra coloro, che gli erano rimasti fedeli; andarono alla nave, batterono i remi sull'acqua per non più ritornare. Navigavano, perchè il navigare è necessario non il vivere, verso il mondo senza gente, nel quale il sole discendeva ogni sera; ma quello che vi avrebbero veduto e dove sarebbero morti, doveva egualmente restare un mistero. Non portavano seco che l'acqua e il cibo di poche settimane: la loro anima anche più leggera della barca aveva lasciato sulla spiaggia tutto il carico della vita per quest'ultimo viaggio della morte.
Il mare delle terre, che li conosceva, mormorò sotto la loro carena un lungo saluto, quando dallo stretto sboccarono nell'alto mare tenebroso; i venti li seguirono ancora fremendo al loro orecchio, il sole li riconobbe prima di sparire: poi la notte delle tenebre e delle acque li sommerse.