E non sarebbero morti egualmente sulla rocciosa Itaca nella fatica dei vincoli rotti uno ad uno, giorno per giorno, invece di partire così, lievi come ombre, coll'estrema curiosità del pensiero che guarda sempre finchè la luce gli arriva?
Ogni sera le ombre risalgono ai monti, e il mare mormora, il vento freme, il sole guarda questa ascensione di fantasmi dalla terra greve di tutto il peso della vita; è la sera di Ulisse, passano le ombre dei morti.
Navigare necesse est, poco importa sul mare o nel cielo o nel deserto sul dorso del cammello, che ha il medesimo rullio della nave. Oggi la terra è così piccola che basta quasi un mese a percorrere la sua fascia equatoriale: tutto è noto, l'uomo si urta dovunque all'uomo. Quindi gli spiriti, nei quali sopravvive la primissima poesia della scoperta, si affisano al cielo cercandone le vie per la sua trasparente leggerezza. Nessun problema pare più vano che quello della navigazione aerea, e nessuno sommuove più profondamente le anime. Ricordo come l'inverno scorso a Milano, passando per un viottolo, vidi sopra una piccola porta sucida un cartiglio con questa scritta «Società areostatica, residenza secondo piano». Il cuore mi battè. La casa era di aspetto povero, dalla porta un andito stretto e fangoso si perdeva nella sinuosità di una scaletta scura. Chi erano dunque i poeti, che vivevano lassù? Poveri, come i poeti, furono sempre, vivevano certamente di oblazioni carpite chissà con quale incanto di arte o di passione al tardo buon senso o alla ignorante vanità della gente affaccendata nei guadagni, ma alla quale quel sogno di un volo nell'azzurro, al disopra delle nuvole, rinnovava la gioia delle favole udite da bambini.
Mi fermai dubbioso di salire a riconoscerli: piovigginava, il cielo si era abbassato così che sembrava radere i tetti. Una tristezza mi sospinse oltre.
Sapevo e voi pure, signora, lo saprete, che i poeti sono sempre meno belli della poesia, specialmente se questa sia la ganza del loro pensiero anzichè la dama della loro vita.
Ma quel cartiglio mi ricondusse nell'anima idee e imagini dimenticate da molto tempo. Se al pari di me non siete più giovane, dovete ricordare con melanconico rimpianto la stretta quasi soffocatrice del vostro cuore, quando la prima volta dinanzi ai vostri occhi, che guardavano attoniti i lunghi preparativi, improvvisamente il pallone come liberato da uno strappo furioso oscillò nell'aria forandola con incredibili rapidità; e vedeste al disotto, sospeso entro una fragile cesta di giunchi, un uomo già irreconoscibile agitare il fazzoletto bianco ad un estremo saluto. La vostra anima si tese verso di lui in una ansietà, che non avreste voluto mostrare, e nemmeno oggi sapreste spiegarvi: non era la paura della sua morte, mentre avevate veduto molte altre volte morire; non un voto istintivo e convulso per la sua salvezza; non la pietà talora così severa ammonitrice dinanzi a coloro, che per strappare pochi soldi al nostro egoismo gli offrono come un piacere lo spettacolo di un qualche rischio o di una tortura: ma la trepidazione di una invidia spaurita ed entusiastica come nel subito rivelarsi di una bellezza, qualche cosa d'ineffabile, che vi penetrava sino al fondo del cuore con la folgorazione della grazia. Quell'uomo trascorreva pel cielo, al quale voi salivate solamente coll'anima sull'ali della fede o di un sogno; e lassù era più solo dei morti sotto terra, che hanno pur troppo dei vicini.
Ve ne ricordate, signora?
Abbiamo tutti provato questa emozione, che poi la frequenza stessa degli aeronauti e la loro volgarità d'istrioni, attraverso l'esperienza ogni giorno in noi più tragica della vita, hanno così logorato che giacque nella memoria sotto il peso di tante altre. Ma in qualche ora di solitudine, quando il cuore ricanta come gli uccelli nei mattini di maggio, o muto e affannato cerca in una più remota solitudine un più sicuro rifugio, se improvvisamente ci ricompaia la visione di quell'uomo già irreconoscibile che saluta ancora col fazzoletto, mentre il pallone sempre più piccolo s'invola per l'azzurro libero del cielo, il nostro cuore risente ancora quella stretta, e i nostri occhi involontariamente si affisano in alto. Vivere non è necessario, ma navigare «di retro al sol, nel mondo senza gente», come l'ombra di Ulisse ripetè a Dante, che errava egli pure dietro un'altra ombra grande dell'arte per il mondo del dolore eterno.
Solo il cielo è davvero senza gente, o se vi è un luogo sulla terra, ove sia sperabile di non trovarne, la poesia e la scienza lo suppongono egualmente al polo.
Un baluardo di gelo precinge quella solitudine indarno tentata dai più intrepidi viaggiatori. Tutti gli anni una qualche nave salpa alla stessa conquista polare per arrestarsi bloccata presso a poco al medesimo grado, e la stessa tragedia si rinnova fra il vitreo scenario dell'immenso teatro silenzioso: pochi muoiono, molti ritornano per raccontare a poeti, che non cantano più poemi, questa nuova bianca Odissea.