L'altro anno Nansen, un ignoto temerario, aveva giurato a se stesso di arrivarvi a piedi, varcando quelle giogaie di ghiaccio, scivolando nelle loro valli, vivendo come gli altri animali, che vi avrebbe certamente trovati. Egli stesso, accolto al ritorno da tutta la Scandinavia come un trionfatore benchè fosse un vinto, ha poi cantato la propria impresa, moderno aedo, pellegrinando alle regge dei popoli sovrani, di capitale in capitale, dinanzi ad una folla curiosa e svogliata, che voleva piuttosto vederlo che ascoltarlo. Quel milione così raccolto in cento conferenze era sicuramente meglio guadagnato che nei teatri lirici dai più acclamati tenori; ma parve a molti che la bella figura dell'eroe fosse rimasta lassù fra i ghiacci, e un'altra, non simile a lui che nel volto, ingannasse il mondo con quel racconto. Ripugnava al cuore vedere l'uomo, capace di avere tanto osato, così sottomesso ai medesimi impresari dei saltimbanchi, che lo mostravano alla gente misurandogli l'ora e la voce perchè la prodiga curiosità non si stancasse, mentre, chino a raccogliere quei pubblici suffragi, egli narrava di aver sempre pregato Dio ginocchioni prima di addormentarsi nel lucido orrore della immensa solitudine, sulla quale nè la notte ne il giorno scandivano più le ore. Pensava egli anche allora alle conferenze, che farebbero di lui un milionario? Aveva egli cercato al polo quel milione, che tutti cercano nella vita e, trovato, non la rende più grande?
Se fossi donna come voi, non amerei quell'uomo.
Per quanto il suo libro sia sincero e bella la costanza nell'impresa e commovente quel rinnovarsi dei primi espedienti umani, egli nè poteva, nè meritava di riuscire.
Mancava in lui la dedizione incondizionata all'ideale, quel primo suicidio della persona mondana, che alza al miracolo della vittoria il pensatore e l'artista, l'inventore e l'apostolo. Un grand'uomo, che fallì una grande impresa non va ramingando di teatro in teatro a vendere la propria presenza come le moderne cantatrici di Citera da caffè in caffè: o quando affronti tale degradazione, quel danaro deve essere già purificato nell'olocausto della sua idea. Ma egli non accattò, magnifico mendico, per un nuovo viaggio al polo, come altri maggiori di lui avevano fatto per imprese egualmente perigliose, senza che la mano tremasse mai loro o la fronte dovesse abbassarsi all'umiltà di un guadagno. La più insultante delle fantasie satiriche non oserebbe presentarci Colombo nascosto dietro una tenda aspettando per mostrarsi al pubblico, pigiato entro una qualche antica piazza di Europa, che i bacili dell'impresario siano pieni di monete. Invece quel veggente dell'Oceano non sognava che la liberazione del Santo Sepolcro, e voleva vestire il rude saio dei monaci.
Certamente altri illustri, poeti come Lamartine o romanzieri come Dickens, poterono accettare sottoscrizioni o girare l'America leggendo sempre il medesimo capitolo ad un diverso pubblico e facendoselo sempre egualmente pagare, perchè qualche cosa dell'istrione resta nell'artista, che gli impedisce di essere un eroe. Infatti egli non deve che raffigurarlo.
L'arte non è tutta la vita se non nei più grandi; Eschilo che esula da Atene piuttosto che domandarle perdono, Dante che ricusa di ritornare perdonato a Firenze; e nè l'uno nè l'altro avrebbero sicuramente permesso la sottoscrizione di Lamartine o consentito alle letture di Dickens.
Invece avrebbero già scritto il canto per Andrée.
Ecco l'eroe.
A che pro ritentare il polo come tanti, che vi perirono troppo lontani perchè il loro viaggio potesse accennarne almeno la strada? Perchè ricercare il passaggio di Nordenskiold, che non potrebbe essere praticabile se non nella fortuna di un giuoco? Perchè inventare una nave munita di un rostro, così più forte che nelle antiche triremi, da frangere per forza di vapore gli enormi ghiacci galleggianti? Nessuno sa ancora quali siano le barriere che il freddo costrusse coll'acqua, nè come i canali vi si insinuino, nè che altro possa dopo raddoppiare il loro ostacolo. Ma il polo stesso non è una meta. Ulisse, penetrando nell'Oceano tenebroso, sapeva di trovarvi la morte, ma cercava le terre di quell'altro mondo senza gente, perchè alla sua anima ogni limite diveniva doloroso. Non era quindi il suicidio di chi vinto cerca nella morte un rifugio, bensì l'instancabile necessità di vittoria, che affatica lo spirito nella sua conquista di scoperte: quel mondo senza gente era per Ulisse, come per Dante il mondo degli spiriti, un mistero nel quale bisognava penetrare.
Oggi il polo è l'ultimo enigma della terra, e il pallone diventò il primo problema di tutti i futuri viaggi.