Concepito come un giocattolo, si mutò subito in una angoscia senza requie, nella quale grandi e piccini, retori e poeti dell'invenzione soccombono indarno da quasi un secolo. Per Mongolfier la soluzione era facile: costrurre un corpo più leggiero dell'aria perchè vi si innalzasse, e gli bastò quindi trarne l'aria stessa invertendo così la difficoltà della nave, nella quale bisogna impedire che l'acqua entri. Ma in tal modo si ascende, non si naviga: per dirigersi attraverso l'aria occorre invece una forza capace di respingerla, o profittare del vento o crearlo. Un corpo più pesante dell'aria può reggervisi se spinto ad una velocità, che vinca la forza centripeta della terra; ma il problema allora diventa altro.
Andrée pensò al vento.
La scienza studiando le sue correnti ha potuto spiegarne la genesi, tracciarne la carta, stabilirne l'orario, esse sono costanti come i fiumi, ubbidiscono al moto della terra come il flusso del mare. Bisognava quindi entrare in quella che attraversava il polo per discendervi e risalirne, sapendo tuttavia che vi è fra i venti un disordine di tempesta, al quale la scienza non ha potuto imporre i propri calcoli, che il gas fugge dal pallone meglio chiuso, che si possono aprire delle falle nei suoi fianchi, produrre degli scoppi dentro la sua vacuità.
Ed è sempre la stessa morte lassù.
Che importa, se il pallone almeno non deviasse prima!
Andrée non accettò che due compagni, dei quali il nome è già tramontato nel suo, perchè il rischio e la morte non parificano i soldati al generale. Molti si lagnano di questa giustizia nella moderna democrazia, che vorrebbe livellare coll'invidia l'altezza dei grandi uomini al piano vallivo delle moltitudini, senza pensare che ogni opera di queste è appunto dovuta ad una iniziativa di quelli, e che l'idea solamente ha ragione. Il grand'uomo è colui che impone una grande idea, liberandola dalle oscurità dell'istinto nell'anima del popolo: a lui solo deve toccare la gloria, poichè il vantaggio ne resta intero alla gente.
Una nave portò sopra una riva dello Spitzberg quintali e quintali di ferro per poterne trarre l'idrogeno versandovi sopra botti di acido solforico, e gonfiare così il pallone: nella navicella erano viveri per tre mesi, gli istrumenti della scienza, la tenda di accampamento, qualche arme ed arnese per il ritorno. Ma come sperarlo? Che il vento fedele come l'acqua di un canale portasse il pallone in poche ore al polo e ne lo riconducesse prima che il gas fuggendo da tutti i pori della seta la rendesse troppo pesante, era uno sperare che l'impresa non fosse una impresa. Nessun scienziato credeva alla fortuna della temeraria avventura. Anzi il vento fu così infedele la prima volta, che non si potè nemmeno gonfiare il pallone, bisognò aspettare per altri sei mesi il ritorno della corrente.
Questa attesa fu certamente la più lunga e dolorosa fra quante sofferte da un'anima eroica. Intorno a lui la vita ordinaria seguitava a gorgogliare come l'acqua di un torrente, nel quale tutti pescano ed arraffano, mentre collo spirito teso al di là della morte egli doveva sopportare le importunità dei pochi che lo amavano, e degli altri sempre increduli per saggezza e di coloro, nei quali il riso è simile al gracidare delle rane. Ma l'eroe non pensava al ritorno. La sua anima come quella di Ulisse ripeteva a se stessa: «Navigare necesse est, non vivere» alta sulla vita del mondo, che le si era distaccata come una scorie iemale dall'albero riverdeggiante in aprile, o la tela impura dalla crisalide già libera coll'ali nel sole primaverile.
Morire nel cielo sarebbe stata la morte di Ulisse nel mare; morire al polo sul pallone sgonfio accanto ai cadaveri dei due compagni era la morte di Cristo sul Golgota, ma senza tutto il mondo ai piedi e che domani avrebbe creduto alla sua rivelazione.
Nansen accettava ancora scritture da nuovi teatri per farsi vedere in altre conferenze, quando il vento tornò e Andrée si slanciò col pallone sulla sua corrente; qualcuno dall'isola deserta sarà accorso a vederlo, poi nessuno lo vide più.