— Scenda, scenda. —

Ubbidii.

Nella stiva, così bassa che nemmeno seduto potevo tenermi col busto eretto, gli altri dormivano: un lucernino a petrolio sospeso sulla cassa del focolare illuminava fiocamente quell'interno pieno di ceste e di coperte. Ma stesi presso il mio giovane amico, che russava tranquillamente sull'assito colla testa in giù e i piedi alti sopra un mucchio di corde: il suo grosso viso di fanciullo esprimeva una pace profonda in quel sonno dei venti anni non ancora turbato dalle tristi figure del passato. I pescatori gli stavano d'intorno, ma uno solo, il più vecchio, russava. Le loro facce energiche uscivano e rientravano nell'ombra ad ogni oscillazione del lanternino rossastro e fumigante; l'aria scendeva a buffi dal boccaporto, il rullio della nave era monotono.

Perchè una tempesta non avrebbe potuto scatenarsi improvvisamente? Che avremmo fatto noi tutti? Ma la notte dormiva anch'essa avvolta nelle tenebre: e il pesce dorme? Ecco una delle tante cose che non so. Invece mi addormentai pesantemente per non destarmi che a giorno alto nel rumore della manovra lunga per ritrarre la rete. Il mare era sempre così tranquillo, il cielo opaco: vedevamo il porto alla distanza di due miglia.

Le corde si arrotolavano come serpenti dietro i pescatori piantati sui piedi scalzi, scorrendo fra le loro mani e le loro gambe con una prestezza meravigliosa: tutte le facce splendevano. Poi la rete apparve infangando l'acqua, le braccia si tesero nel medesimo sforzo, le voci si alzarono e la rete ricadde entro la barca come un enorme sacco sudicio, nel fondo del quale una fanghiglia vivente trabalzava e balenava.

— Buona pesca! — gridai ingenuamente, poichè quel mucchio mi pareva grosso.

— Eh! no, signore, — mi rispose Beppe, che tenendolo sollevato già lo rovesciava.

Parve che una moltitudine piccina convulsionaria, quasi pazza, ne sboccasse, battendo duramente sull'assito in una sorpresa e in uno spasimo muto; le sogliole simili a grosse lame di argento sporco si ripiegavano e scattavano con le larghe bocche piatte, disperatamente aperte; una torpedine rossa come un gran cuore vibrava difendendosi ancora fra un gruppo di canocchie, che si muovevano adagio, quasi indifferenti nella sicurezza della loro armatura perlacea, colle branchie mostruosamente uncinate. Nessun pesce grosso, ma invece troppi di quei pesciolini, che nel mare sono come gli insetti nell'aria, il pasto per tutti.

Rapidamente i pescatori facevano la cerna nel mucchio, gittandolo in vari canestri, sui quali il timoniere della notte rovesciava secchi d'acqua, attingendola con moti silenziosi di automa, mentre i rigagnoli del fango scorrevano su coperta, e tutto quel tremulo argenteo si faceva più terso nell'aria e nella morte. Centinaia di agonie avevano già cessato, ma qualche sogliola balzava ancora nel canestro, o una canocchia ne usciva abbrancandosi ai vimini, come se avesse potuto vivere bene anche fuori dell'acqua. Alcuni polipi si gonfiavano negli ultimi sforzi del vomito nero. La loro coda di topo, dimenandosi languidamente, esprimeva un dolore diverso da tutti gli altri: poi un grande cefalo bronzeo cadde loro sopra pesantemente, e un ventaglio largo biancastro coprì mezzo il canestro.

— Che cosa è? — domandò il mio amico.