Mezza ora dopo, tre o quattro dormivano, e noi uscivamo promettendo di tornare la sera a cena.
In questo momento sono ancora tutti giù nella osteria cantando col mio giovane amico, che si diverte ad ubbriacarli. Io finisco di scrivere colla testa pesante per buttarmi sul grande letto matrimoniale della ostessa, alla quale tutto quel vino bevuto e pagato ai pescatori ha ispirato per noi un profondo rispetto.
La camera ha il soffitto a travate come una vecchia chiesa e non è molto più piccola: fuori la stessa bonaccia di ieri sera, sotto un cielo scuro e silenzioso.
Buona notte, signora.
DALLA LAGUNA
Appena il passatore toccò colla zattera la ripa della strada, alta come una banchina nel mezzo della palude, la piccola Venezia mi apparve nel tramonto su tutto quel bianco tremulo delle acque silenziose.
Eravamo affranti da quei dodici chilometri a piedi nelle sabbie del relitto marino, squallido e deserto malgrado le lunghe vigne che tratto tratto vi rosseggiavano ancora.
Quell'altro passatore del Reno ci aveva ingannati, assicurando che avremmo potuto percorrerli in bicicletta, mentre la strada, se può nemmeno chiamarsi così, non vi era tracciata che dai solchi profondi delle ruote nell'arena ammonticchiata dagli ultimi capricci del mare. La forza antica dei flutti rimaneva segnata nelle ondulazioni della vasta sodaglia, sparsa di ciuffi spinosi fra praterie quasi gialle, sulle quali erravano gruppi di vacche bianche.
Un fanciullo anch'esso giallo di febbre le guardava, e si accostò stupito vedendoci affrettare violentemente il passo colle biciclette a mano. Ogni tanto uno stormo di allodole si levava nel sole, poi appariva un tugurio, e sulla sua porta una donna colle sottane corte e il viso macilento.
Ma ci mettevamo appena in sella che le ruote si sprofondavano dentro una rotaia senza poterne più uscire, mentre la sabbia vi cadeva dentro slabbrando, e l'arrestava.