Eravamo partiti sulle nove da Porto Corsini sopra un battello, infilando il lungo canale, che conduce alla Pineta. Il cielo nebbioso pareva mettersi all'acqua, poi si rischiarò; approdammo ad una brughiera, e ci apparve subito il capanno, nel quale Garibaldi, fuggendo dopo l'epica ritirata da Roma, potè riparare dalle pattuglie tedesche.
È un capanno come tutti gli altri di quel luogo, coi muri di mattoni e il tetto di canne palustri marezzato da licheni e da liquipodi. Adesso per farne una cappella democratica vi hanno murato a fianco della porta tre o quattro lapidi, che raccontano il tragico episodio colla più scempia rettorica. Solamente una stela bianca, proprio dove Garibaldi pose il piede dal battello, dice degnamente: «Qui approdò Garibaldi 2 agosto 1849».
La serratura rugginosa stride lamentevolmente sotto lo sforzo della chiave, e un tanfo erompe dalla porta. Corone secche, sfogliate pendono dalle pareti, nastri neri ed ammuffiti spenzolano da altre ghirlande intorno ad una statuina dell'eroe reso idiota dallo scultore e dalla iscrizione incisa a grandi lettere sul plinto per ricordare la magnificenza di chi pagò quel minuscolo monumento. Appoggiato al petto dell'eroe un cartoncino rivela subito i nomi illustri dei commissari vigilanti il capanno: in un'altra cornice, scritti colla penna e sbiaditi dalla umidità, si possono leggere ancora quelli dei generosi che li hanno nominati; e di fronte sopra il camino, dentro un quadro più largo, un canto di Garibaldi copiato da un maestro di calligrafia, il solo abbastanza altero per serbarsi incognito, sembra voler ricordare un difetto del grande uomo, che, degno di essere cantato da Omero, volle talvolta scrivere versi.
Il battelliere lungo e scarno ci racconta, con quell'accento così triste del dialetto romagnolo nelle ultime valli, che tutti gli anni la Società del capanno viene a farvi una merenda e una commemorazione: si mangia, si beve, qualcuno recita il discorso, un altro tira agli uccelli col fucile, poi si ritorna nei battelli, e qualche soldo della gozzoviglia resta anche a lui.
Meno male.
Ma egli non sa nulla della leggenda cresciuta come una cuscuta della Pineta intorno a Garibaldi errante nel bosco colla moglie gravida e morente, assistito, salvato veramente da alcuni, che poi crebbero di numero, inventarono, mentirono, si vilipesero accusandosi reciprocamente di pretendere soli all'onore di non averlo vilmente abbandonato.
Dentro quel capanno deserto e muffoso egli sopportò l'ora più terribile della vita. Forse la sua anima, non mai spaurita da naufragi e da battaglie, tremò nella sicurezza di quel nascondiglio, piangendo la prima volta dinanzi a se stessa.
Anche Anita era morta. Tutto era stato inutile in quella guerra, entusiasmi di moltitudini, promesse di re, benedizioni del papa, poi le rivolte contro i tradimenti, le evocazioni delle antiche repubbliche, le ire dei vecchi comuni risorgenti dalle catastrofi, le difese supreme nell'ebbrezza della morte contro la crociata europea discesa dalle alpi e sui litorali a riconquistare contro la nuova Italia il Sepolcro dei Santi Apostoli. Il popolo non voleva battersi, non sapeva morire. Le campane di Roma richiamavano già il pontefice, rispondendo con lunghi rintocchi allo scoppio dei cannoni sotto le mura di Venezia, mentre per le città e per le campagne echeggiavano le ultime fucilate, e per tutte le strade altri esuli come lui erravano nella stanchezza dell'agonia. Finalmente era solo, senza Anita, senza l'Italia, senza bandiera, senza spada: la sua gloria stessa finiva di disonorare la sua patria, che lo avrebbe lasciato moschettare dagli austriaci come un brigante. Uscendo da Roma per subirne la capitolazione, egli aveva sognato di riapparire con quella piccola truppa alle porte di tutte le città come l'invincibile messo di un'altra rivoluzione; e invece non era più nemmeno un soldato. Adesso sulla sua anima l'ombra di quel sogno cadeva come l'ombra del tramonto sulla squallida palude a risvegliarvi le febbri e le paure della notte.
Gli ultimi sguardi di Anita gli erano rimasti negli occhi come spilli roventi.
Essa lo aveva guardato silenziosamente, disperata di lasciarlo così sotto i fucili della prima pattuglia tedesca, amandolo ancora come il primo giorno, quando le apparve nell'abbarbaglio di una visione, che dieci anni di battaglie avevano riempito di fantasmi fra le vampe e le sonorità di una gloria simile all'incendio di una foresta. Già nel proprio cuore geloso aveva sentito che l'Italia non lo amava. Quindi il suo orgoglio si era alzato sdegnosamente sulla viltà del popolo, per lei doppiamente straniero, nel quale le donne la guatavano con ritrosa meraviglia senza intendere la sua passione di creola fuggita per lui dal marito, e sempre con lui nella guerra, dimenticando di essere madre e di essere incinta.