— Che cosa farebbe oggi Garibaldi se avesse la tua o la mia età? — chiese improvvisamente Enrico.
— Nessuno può dirtelo. Il popolo, che non si batte oggi più che non si battesse ieri, se lo immagina generale dei socialisti alla testa di una seconda rivoluzione per ottenere così da un nuovo prodigio delle sue vittorie la giustizia, per la quale non vuole sagrificarsi: ma che cosa farebbe egli davvero coll'infallibile istinto degli eroi? Tu sollevi ingenuamente il maggior problema della nostra vita politica: sapere che cosa farebbe Garibaldi equivale a sapere che cosa dovremmo fare noi. Forse non farebbe nulla, se nessuna cosa grande è ancora possibile: sarebbe uno sconosciuto divorato dalla febbre della propria inesplicabile grandezza, uno squilibrato per il buon senso dei più, uno stravagante ridicolo per il popolo, che indovina l'idea solamente attraverso i fatti. Credi tu che altre anime come la sua non sognino adesso come egli sognerebbe, sentendosi capaci di rinnovare le sue imprese? Eppure non si può credere loro!
— Bisognerebbe credere a troppi.
— Così non si crede ad alcuno: il poema resta inedito e il poeta attraversa la vita mascherato chi sa come. I santi, poeti anch'essi, erano meno infelici; invece di una maschera sul pensiero, si mettevano un cilicio alle reni. —
Passavamo per un largo canale fra pini piccoli e radi sopra sponde verdi e ondulate: si poteva credere di essere nel parco di una villa. Non un uccello cantava, non un rumore nel bosco: era dunque questa la Pineta così celebre, la selva vantata in tutti i discorsi di Romagna? Forse non passavamo che sul suo orlo, però ne rimanemmo melanconici. Il cielo era sempre così nebbioso, l'aria greve, l'acqua torbida ed inerte, e all'orizzonte quella stessa linea grigia come saliente dalle praterie vallive si perdeva nel vuoto.
Uscimmo sopra un immenso campo arato, nel quale un gruppo di donne zappava cantando: il canale si restringeva, poi apparve la strada di Sant'Alberto. Sciaguratamente era ghiaiata così da parere un acciottolato: non importa, in sella e al trotto, correndo sui margini a rischio di precipitarne. Adesso il paesaggio si allargava su campi e prati deserti: torme di allodole vagavano, qualche cornacchia passava in alto remigando verso la Pineta. Ma dopo venti minuti la ghiaia cessò. Un'altra strada di un bianco latteo, orlata di pioppi, si allungava dritta lontanamente; abbassammo entrambi la testa sul manubrio ed entrammo in Sant'Alberto come dentro un tubo, cercando fra le sue commessure l'insegna di una bettola.
C'era.
Quando ripartimmo, un sole giallo stendeva una scialba doratura su tutto, e non sparve che dietro i campanili di Comacchio scura sulla argentea vastità della laguna.
Le prime vie della città sono deserte, ma vi si passa come fra un martellàre di nacchere, perchè uomini e donne vi girano su piccoli zoccoli di legno, dentro i quali sono appena al coperto le punte dei piedi: le donne sgonnellano con un grazia di ballo, gli uomini invece appaiono mal fermi e ridicoli, quasi nella imitazione di quella civetteria. Tutti si fermano a guardarci: ecco la piazza non più vasta di un cortile, la torre dell'orologio poco più alta delle case, cinta alla base da una frangia di uccelli vallivi, spennati, che aspettano ancora il compratore: il canale è così stretto che un ragazzo potrebbe saltarlo e così poco profondo che un suicida dovrebbe stentare troppo ad affogarvi. Un puzzo grasso e greve, di anguille arrostite pesa nell'aria già scura come un fumo; la strada sudicia, le case sembrano lebbrose, una umidità trasuda dai ciottoli, mentre l'ombra della sera si addensa ad ogni minuto sul brusio della gente.
Improvvisamente è buio.