Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense.

Questo motto della vecchia arme inglese, composto della più grande fra le affermazioni e di un complimento galante, che la erudizione solamente può rendere intelligibile, è divenuto nella tragica incredulità moderna la divisa di molte anime. Dio e il mio diritto, o meglio Dio è il mio diritto, honny soit qui mal y pense. La frase ironicamente pudica di Edoardo III, raccogliendo sul tappeto il legaccio di una contessa per riaffibbiarlo alla bella gamba, si muta così in una minaccia di altero disprezzo a coloro, che nel nome falso della critica contendono il diritto di credere ai fantasmi salienti dalle sue rovine.

Qualcuno ha proclamato ieri la bancarotta della scienza, richiamando le anime intorno alla dolorosa figura del Nazareno diventato un Dio morendo sulla croce fra due ladri. Il libro parve un grido di naufrago, che le onde tardano a sommergere, mentre credenti ed increduli gli rispondevano col medesimo sorriso, e coloro che dubitano perchè sanno, e sanno così di non sapere, si rivolgevano silenziosi.

Perchè queste anime indugiano sempre la risposta.

Lungamente provate dalla passione della fede, esse ne sentono l'ineffabile melanconia come quegli innamorati che non possono più credere all'amore; per gli altri invece, che il dogma rivestì di una corazza imperforabile, la certezza delle soluzioni essenziali si venne cangiando nella inconsapevole comodità di una abitudine. Credono senza conoscere, giacchè non si avanzarono mai per l'ombra, che si distende tumultuosa da ogni punto raggiante della fede; o non discesero alle profondità, dalle quali salgono voci stridenti intorno ai suoi inni, coprendoli come in certe notti le nuvole fanno alla luna.

E voi, signora, credete?

Amate voi ancora? Se la fede nella donna è la certezza dell'amore meglio che quella della speranza, secondo la vecchia definizione di Dante, negli uomini invece sale ad una necessità di giustizia. Solamente per la dolcezza dell'amare voi credete forse ad un'altra vita, che diventa così la bellezza di questa nei suoi momenti migliori, mentre noi vorremmo piuttosto credere per risolvere il problema inintelligibile del male. Il vostro pensiero si adagia come quello dei fanciulli nelle favole della creazione, il nostro invece si dibatte angosciosamente nella critica di tutte le ipotesi sulle origini e sulla fine. Nella nostra storia i secoli della fede succedono a quelli della incredulità, la passione struggitrice dell'analisi alla passione poetica, che inventa invece di spiegare, ed erge sulle invarcabili barriere come sopra un altare qualche radiosa figura, cui si prosterna adorando. Ma, negando o credendo, in ogni tempo e in ogni modo, non possiamo mai quietarci nella fede o nella negazione, mentre la fede si ribella in noi alla ragione colla forza indomabile di un istinto, e la ragione si rivolta contro la fede colla logica medesima, della quale questa ha bisogno per affermarsi.

Una critica di cinquemila anni non è ancora riuscita ad impedire l'erezione di un tempio, la credulità alimentata da tutte le religioni non bastò ad assicurare una qualsiasi credenza. Le divinità appaiono nel mondo come gli amanti nel cuore della donna; ma Dio e l'amore restano? Sono una verità che l'incertezza medesima delle sue manifestazioni conferma, o fantasmi che il pensiero suscita dalla natura, e la natura ignorerà sempre?

Affermando la bancarotta della scienza in un libro breve e concitato come un proclama, l'altero critico francese espresse certamente il tormento di molte anime vaganti nelle tenebre del dubbio, così diacce che gli occhi ed il cuore ne piangono ugualmente. Quindi rapido e violento egli ricalcò tutti i sentieri della investigazione moderna per arrestarsi sempre nel fondo al medesimo muro, non avendo constatato in ogni legge più certa che la costanza di alcuni fenomeni, mentre il loro perchè rimaneva pur sempre un mistero. L'occhio della scienza, miope e presbite nel medesimo tempo, non poteva andare al di là del microscopio e del telescopio: tutta la verità rimaneva dunque chiusa per essa in questa parentesi, della quale il pensiero indarno allargava ogni giorno le pareti senza uscire egli stesso dal proprio enigma. Come potrebbe infatti definire se medesimo, se per analizzarsi davvero deve diventare, colui che analizza, l'istrumento e l'oggetto dell'analisi? La scienza prigioniera dell'ignoto finiva così a non conoscere più nulla, giacchè la sua spiegazione frammentaria, per alzarsi a certezza, avrebbe avuto appunto bisogno della riprova nell'inconoscibile: essa era come una capanna in un deserto, un avanzo di nave sul mare, che nessun vento porterebbe mai ad una riva. Le sue vanterie contro il mistero avevano concluso alla più dolorosa disfatta: soluzioni e scoperte non facevano che raddoppiare i problemi e prolungare la discendenza delle ipotesi, anzi la stessa natura pareva compiacersi femminilmente a smentire ogni teorica con sempre nuove rivelazioni, mentre la coscienza avvallava nello sgomento, aspettando indarno la risposta alle proprie interrotte domande; Che cosa è la vita? Perchè il pensiero? Perchè l'amore, il male, la morte? Come agire colle altre coscienze? Come giudicare noi stessi?

La scienza non sapeva rispondere.