— Mi amerebbe egli se fossi davvero quale gli sembro? — si chiede ogni donna davanti all'uomo innamorato.
La fede cerca Dio in Dio, penetrando con più ardente passione nel suo pensiero, appunto perchè un primo raggio le aperse gli occhi ciechi: l'amore trasfigura l'immagine, che lo attrasse, e più vi si appunta e più essa resiste alla trasfigurazione. Non vi è quindi amore senza inganno. Chi giudica innamorati e credenti colla misura della propria ragione non sa certamente che per essi l'idea e la persona si mutarono in un fantasma visibile soltanto ai loro occhi, e così fulgido che il pensiero può perdervisi come una fiammella nel sole. Ma credenti ed innamorati non lo attinsero che in alto, sopra una erta scala di dolori, dopo averlo lungamente cercato di porta in porta come gli affamati, abbassando il capo sotto le percosse di tutte le ripulse, bevendo l'aceto di tutte le false ospitalità, cedendo agli abbandoni di tutti gli ipocriti consensi, estenuandosi dietro l'ultima speranza, cogli occhi arsi dalle lacrime prima che la visione vi si accendesse e dal suo mezzo sorgesse la divina figura. Saulo non incontrò Dio che sulla strada di Damasco dopo un lungo e furente pellegrinaggio; Dante non conobbe Beatrice che in paradiso, nella luce bianca della suprema rivelazione: e ad entrambi il fantasma non disparve più dagli occhi, che, posandosi sopra altri occhi, li abbacinavano. Ecco perchè la gente vide forse in loro il maggior apostolo e il più alto poeta di tutte le religioni.
Ma oggi serberebbero essi intatta la loro fede?
La scienza ha potuto da lungo tempo sorridere del paradiso, al quale Dante e san Paolo salirono viventi, ma non potè sostituirlo. Adesso noi cerchiamo Dio e la donna in un pellegrinaggio ben più doloroso, per un cielo ben più spirituale delle sfere mobili immaginate da Tolomeo. Il nostro mondo è così maggiore dell'antico, che il cristianesimo non vi appare più che una religione fra le religioni, un canto nel loro poema; la nostra terra così antica, che le sue epoche sorpassano i calcoli di tutte le cronologie; la nostra umanità così profonda, che attinge le ultime sorgive della vita al disotto degli animali e delle piante; il nostro pensiero così largo, che vi erriamo sperduti come una nuvola nel cielo. Il regno dell'uomo sulla terra finì coll'impero di Dio sull'universo nel giorno che questa non fu più il centro di quello. Che cosa importa oggi l'uomo alla terra e la terra agli altri mondi?
Se domani l'umanità sparisse sul nostro pianeta, che cosa vi mancherebbe davvero? Il nostro bene e il nostro male non la toccano, e poichè ogni altro astro fu o sarà una terra, dove dunque questo bene o questo male avranno un significato? Lungamente con appassionata pazienza tentammo la vita di forma in forma, di grado in grado, sino dove non è più che un punto, il quale si muove sopra se stesso, una identità che movendo si diversifica, senza che nella genesi ascendente degli organismi il mistero ci apparisse meno buio che nella genesi dell'antica creazione. Per Mosè questa era il capriccio di un enorme fanciullo, che si divertiva a plasmare la creta e a soffiare sui vapori; per la scienza è una fucina senza artefice, nella quale gli inutili prodotti debbono distruggersi l'un l'altro in un ritmo incessante di apparizioni.
Ma il nostro pensiero, cresciuto in questa fucina, ricusa di esserne l'opera. Egli oppone l'infinito della propria astrazione all'infinito organizzarsi degli esseri: la nostra coscienza nell'alternarsi della vita e della morte crea le leggi della giustizia e il dramma della libertà, cercando con indomata passione il perchè della nostra anomalia. La natura non ci presenta che dei limiti e noi pensiamo l'infinito, non si rivela che coi corpi e noi li interpretiamo colla linea e col numero egualmente senza estensione, non ha che delle forme e noi le imponiamo dei principii, non mostra che dei mutamenti e noi le fissiamo dei rapporti; noi sappiamo immaginarla nè creata nè eterna, e noi, senza un passato prima di nascere, pretendiamo, morti, ad un avvenire senza fini.
Tutta l'opera nostra è fede d'immortalità.
L'amore e il pensiero non sanno concepire se stessi che eterni, pur non trovando prove a questa necessità. Inventammo Dio e non giungemmo ad immaginare la nostra vita nella sua: per Dante il paradiso è una girandola di cerchi luminosi, al sommo dei quali Dio raggia come un lampione: ecco a quanto è riuscita la più potente delle fantasie. In un romanzo recente Flammarion suppone che le anime ingannino la lunghezza della eternità percorrendo l'infinito di stella in stella: ma siccome queste appaiono già all'esame spettrale chimicamente composte come la terra, a che può mai ridursi la gioia e la novità di un simile viaggio?
Ecco tutta la poesia della scienza: il paradiso pagano era un banchetto, quello cristiano un concerto.
Non pertanto la nostra anima esige l'immortalità.