Adesso ci accorgiamo tristamente di non sapere più spiegare col Dio della creazione l'infinito vivente. Se egli lo avesse creato, come concepire prima il vuoto e comprendere poi il momento e il perchè della creazione? Dio e il nulla, l'uno di fronte all'altro, sono per noi inintelligibili: se il mondo non è infinito, Dio e il nulla, oltre i confini di questo, formano una diade anche più impossibile. Se Dio non è che il mondo, dove ha la coscienza, poichè noi sentiamo la nostra? Che cosa siamo allora nel mondo? Che cosa significa questa idea di giustizia, questa tragedia di spiriti buoni e cattivi, che soffrono nel bene e nel male, dal momento che l'uno e l'altro sono identici nella coscienza dell'universo? Che cosa pensare di questa logica della vita, la quale conclude all'assurdo? Tutte le nostre cognizioni scientifiche sono inutili per intendere la natura, e ciò poco importa; ma la nostra spiritualità vi perde il significato, e allora la catastrofe della intelligenza diventa il risultato di tutta l'ascensione della vita.

Coloro, i quali affermano che la scienza sfonderà un giorno il mistero, mostrano di sperare che il pensiero possa diventare diverso da se stesso, senza dirne nè il quanto nè il come: gli altri, che consolano la propria sconfitta d'individui colla vittoria finale della umanità, mentono a se medesimi ed a lei, perchè l'umanità non può andare oltre gli individui. Poi gli uni e l'altra spariranno: e allora? Che cosa sarà la gloria per coloro, che l'avranno preferita all'amore? che cosa sarà l'amore, quando la vita sarà morta? Ricomincerà altrove, rispondono; ma il problema dei morti sarà risolto solamente perchè dimenticato?

Siete desta, signora?

Queste domande, le più importanti appunto perchè le più inutili, non vi hanno ancora prodotto sul cervello l'intorbidimento del sonno?

Io non miravo che a questo per sognare con voi.

Risogniamo insieme l'anima di Gesù la prima volta che uscì dalla povera casa di Nazaret per diventare un nuovo Dio. Egli è solo, scarno, povero: nè la sua famiglia, nè il suo borgo lo sospettano; intorno a lui nessuna leggenda è ancora incominciata, non ha studiato ad alcuna scuola, non si è ancora confidato nè ad un amico nè ad una donna.

Certo ha pensato e sofferto. Molte delle domande, che vi rivolgevo or ora, hanno lungamente battuto come pietre sul suo cuore; ma il suo spirito giudeo, chiuso nella goccia mosaica, non ha dubitato un istante. L'infinito non esiste davvero per lui nè dentro la natura nè in Dio; questo è l'onnipossente, quella la materia sulla quale verifica la propria volontà. Per Gesù il mare segna ancora i confini della terra, gli astri sono lampade accese sovra di essa nella notte; il mondo creato per l'uomo come un paradiso, benchè diventato una landa di lavoro e di espiazione, non mutò, e l'uomo vi opera sempre sotto Dio o contro Dio. Gesù non potè pensare che la terra fosse un astro fra gli astri, e che in tutti si ripetesse il medesimo problema del bene e del male, la stessa lotta fra il pensiero realizzato nella natura e il pensiero astratto dello spirito. L'idea mosaica si sarebbe allora rotta in lui come una nicchia col proprio Dio: egli invece credeva.

Intelletto ebreo, egli non si preoccupava della natura più che del teatro gli antichi tragedi: il corpo era una maschera, la natura uno scenario senza importanza nel dramma. Il problema della vita per lui era la giustizia di Dio coll'uomo e dell'uomo con se stesso: la sua passione erompeva da quell'amore che la vita non può soddisfare, e che oltrepassa la morte. Forse aveva già provato in se stesso la doglia mondiale, gridando nella solitudine del proprio cuore al disopra di tutte le invocazioni: forse anche aveva anticipatamente spremuto l'amaritudine di tutti i beni, pesando sull'infallibili bilance del proprio disinteresse le ingiustizie dei grandi e dei piccoli, degli oppressori e degli oppressi. Ah, era sempre il peccato, che rendeva così tragica la vita! Quel piccolo popolo ignaro, povero, cocciuto, con un tempio solo, un solo Dio, una sola legge, diviso, nemico a tutto il mondo, era bene il popolo messianico, il prediletto divino, malgrado la ingratitudine delle sue frequenti ricadute e le indomabili rivolte della sua impazienza!

Una lunga fila di profeti aveva al disopra di esso ripetute le promesse della redenzione e del trionfo: qualcuno di loro era stato rapito vivente da un carro di fuoco sino al trono di Dio, e non era più ridisceso.

Egli sognava su quella terra arida, fra quei monti calvi, lungi dal mare che fa pensare all'infinito, in una profonda ignoranza del mondo, che colla varietà delle proprie genti confonde le loro idee, e dalla promiscuità dei sistemi solleva la nebbia del dubbio ad intorbidare le intuizioni dei solitari. Qualcuno lo avrà certamente interrogato, e le sue risposte uscenti dal sogno ne comunicavano le vibrazioni misteriose: nessuno l'amava, egli non prediligeva alcuno. Nella sua mente piena nel pensiero di Dio, nel suo cuore gonfio di tutto l'amore umano, non vi era posto nè per altro pensiero nè per altro amore. Ma siccome l'umanità errava sotto la maledizione di Dio, e Dio pentito dell'opera propria era rimasto solo, la redenzione promessa si doveva compiere nella riconciliazione dell'uomo con Dio, che la volontà aveva divisi e il pensiero riunirebbe nuovamente al disopra del dolore.