IL DUCA DI REICHSTADT

Nemmeno Victor Hugo seppe cantarlo, giacchè, ravvolgendolo con lirica furia dentro le immense pieghe del dramma napoleonico, ve lo perdette come il vento finisce col perdere attraverso la foresta i fiori che vi aveva strappato. In quell'ode più concitata che la più incalzante fra le Olimpie di Pindaro, Napoleone solo appariva, mentre il duca di Reichstadt non era più che l'ombra pallida del suo ultimo sogno, costretta a seguirlo nella fantasia del mondo lungamente stupefatta dalla ruina imperiale.

Ma Napoleone aveva creduto veramente all'impero di quel fanciullo? Sentì mai per lui la tenerezza di Ettore per Astianatte in quel meraviglioso libro sesto dell'Iliade, quando nel lucido improvviso presentimento della morte al Priamite pareva già di vedere Andromaca ritta presso una fonte greca a riempirvi un vaso con disperata umiltà di schiava? Allora traendosi il grande elmo dalla fronte per non spaventare il bambino, egli si chinava a baciarlo per l'ultima volta; la madre piangeva, ma l'eroe, sollevando sulla forte palma il figliuolo, lo sacrava con nuova speranza a Giove datore di vittoria, quindi chiuso nell'arma scendeva procelloso verso il campo dei greci. L'ignoto rapsodo di quel canto omerico fu certamente uno dei più profondi e drammatici poeti di tutte le letterature, degno di uguagliarsi a Tolstoi, che nel campo di Borodino ci dipinge Napoleone studiante una posa di padre davanti al ritratto del piccolo re di Roma mandatogli dalla lontana Parigi. Meglio di Victor Hugo Tolstoi comprese l'uomo in Napoleone, non d'altri mai preoccupato che di se stesso, dentro un sogno di gloria, pel quale dileguava egualmente ogni realtà della vita e della storia, come nel luminoso sonnambulismo del filosofo le ombre delle cose si accendono in fantasmi ideali.

Certo egli non fu mai nè amante nè sposo nè padre. Le tarde rivelazioni degli ultimi fra i suoi biografi non bastano a mutargli l'impassibile maschera di egoista, nato solamente a comandare e a distruggere. Dopo i lugubri eroi della rivoluzione Napoleone doveva vivere più lungamente di loro nella loro stessa insensibilità della morte, tracciando l'orbita dei nuovi regni come le trincee dei suoi accampamenti, senza altro motivo che di guerra, in un molteplice assurdo disegno d'impero. La sua non è la città mobile di Attila rotolante sul vecchio mondo romano, ma l'orda medesima della rivoluzione, stretta intorno all'ultimo fantasma imperiale contro tutti i re. Per venti anni gli eserciti si rinnovano senza tregua intorno a quel fantasma in una guerra senza nome, fra battaglie che lo perdono nella memoria sopraffatta della moltitudine; ma se per rinnovare la Francia monarchica la rivoluzione aveva massacrato quasi un milione di uomini, per mutare l'Europa dovranno morirne altri tre, e sparire le generazioni rivoluzionarie ed imperiali prima che appariscano i segni della nuova storia.

Napoleone è la rivoluzione chiusa nell'impero, l'impero chiuso nell'accampamento, che cangia confini col cangiare di vittoria: l'opera di Cesare e di Carlo Magno diventa sogno in lui, perchè solo dentro di esso qualcuno avrebbe potuto disciplinare la rivoluzione portandola da Roma a Berlino, da Lisbona a Mosca. Quindi una prodigiosa coreografia abbacina tutti gli sguardi, vincitori e vinti ignorano egualmente il proprio motivo e credono anch'essi di aver sognato, mentre l'imperatore si desta a Sant'Elena, e il popolo, sentendo di essere nato ad una nuova epoca, si leva ad interrogarne il pensiero fra le rovine.

Invece Victor Hugo non vide mai Napoleone che dentro un pensiero biblico, come un altro Figliuolo dell'Uomo mandato a rinnovare il mondo colla spada, quantunque pochi uomini vi abbiano compito con maggiore inconsapevolezza l'opera propria, nella quale le più belle qualità umane non potevano entrare. Nulla infatti ne rimase, perchè tutto vi era personale. Capitano di un esercito di guastatori, le sue distruzioni sono irresistibili e tutte le sue ricostruzioni effimere; ha una sicurezza di sonnambulo in una visione di allucinato; improvvisa come i retori, e al pari di questi è intrattabile nell'orgoglio e pronto all'oblio delle proprie improvvisazioni; si sente più alto di tutte le grandezze abbattute, ma, solitario fra le scene lacerate dell'immenso teatro, finirà col drappeggiarsi come un attore nei loro brandelli, e morirà rammaricando il vano titolo imperiale.

Egli non ebbe eroica nè la mente, nè il cuore: non credette, non amò, non volle che se stesso. Però nessuna fantasia di poeta si creerà mai un sogno più grande del suo, nessun'altra volontà umana saprà imporlo così: quindi l'uomo parve indarno mostruoso in lui, e il genio falso perchè solamente negativo. Oggi ancora che la storia, disegnando l'orbita del suo ciclone, dissipò intorno alla sua fronte tutti i vapori, la vita moderna, da lui fecondata quasi in uno stupro, sembra ricordarlo con gratitudine lasciva ogni qualvolta nel sangue fatto più acre le tornano desiderii di nuove violenze.

E lascive furono le due mogli di Napoleone, la creola rimasta un'avventuriera anche sul trono, l'austriaca sempre null'altro che arciduchessa anche nell'impero; entrambe ugualmente incapaci di sentire i profondi turbamenti dell'anima femminile, quando lo spirito sta per passare sopra di essa. Mancava a Napoleone la segreta irresistibile grandezza dell'uomo, o piuttosto a Giuseppina e a Maria Luisa la sensibilità dell'ideale? Certo egli non s'ingannò giudicandole dalla solitudine di Sant'Elena, ma nemmeno in quella lunga agonia il suo cuore pianse mai sul fanciullo già orfano e al quale la gloria di una immensa ruina preparava un più lungo e muto martirio nei castelli della corte di Vienna.

Il figlio dell'aquila non aveva più nido.

Invece lo allevavano col becchime dei pulcini, tagliandogli prudentemente il rostro e le ali, perchè in un volo improvviso non avessero a rompere le vetrate sempre chiuse delle finestre: ma era così piccino e così debole che si reggeva appena dritto.