Nullameno si ritraeva con lungo ribrezzo da ogni mano, che si allungasse per accarezzarlo. Ricordava egli le tempeste ruggenti intorno al suo nido? Il suo orecchio si tendeva qualche volta istintivamente ad ascoltare lo strido dell'aquila rovesciata dagli uragani sopra uno scoglio dell'oceano, e alla quale i corvi allargavano ancora col becco le ferite? Che cosa tremava nei suoi occhi limpidi come il cielo delle vette più alte?

Chi può capire un bambino?

Forse egli soffriva già di essere solo fra tutti quei cortigiani, che lo sorvegliavano come un prigioniero, del quale mezza Europa avrebbe dovuto essere il riscatto. Qualche ricordo gli ondeggiava nella memoria di un'altra grande città tumultuante, di qualcuno che veniva a guardarlo nella cuna ravvolta entro una nube di merletti; ed era un uomo dal volto pensoso di statua, cogli occhi che lucevano nella penombra della camera come una fiamma. Ma di lui si ricordava solamente che il sorriso era diverso da quello delle donne, così dolce per ogni bambino. Egli però non era un bambino come gli altri.

Venti guerre, duecento battaglie, una tragedia nella quale popoli numerosi e gagliardi salivano ancora cantando eroicamente, un impero vasto come un desiderio, una gloria sfolgorante come un sole, e al disotto, d'intorno, più lontano, dovunque un brivido continuo di tempesta, una trepidazione di terremoto, una muta incertezza di catastrofe, avevano fatto tremare la sua culla nella mano della nutrice, mentre lo addormentava nel ritmo sommesso della ninna-nanna.

Così piccolo occupava già troppo posto nel mondo.

Tutte le corone, destinate alla sua testina quasi calva, non avrebbero potuto capire nella sua culla; il suo cuore, non sapendo ancora di battere, regolava la vita a centinaia di milioni di popoli nemici l'un l'altro e costretti a tacere intorno a lui, nato da un pensiero di conquista e da una voluttà senza amore. Suo padre non era un uomo ma l'imperatore, sua madre era una imperatrice, che se ne scorderebbe presto per diventare una duchessa in un ducato allora piccolo come una perla sul suo manto imperiale. Egli nominato, prima ancora che sapesse parlare, re di Roma, una città così grande che nemmeno il genio dell'imperatore avrebbe potuto riempire, doveva come i fratelli e le sorelle del padre diventare subito un istrumento del suo pensiero, che deformava colla stessa violenza presente ed avvenire in una continua vittoria, dentro un turbine di morte e di follia.

Quindi intorno al bambino si era fatto un freddo e un silenzio. Egli non era bello: i suoi capelli biondi, i suoi occhi azzurri, il suo viso gracile non ricordavano ad alcuno l'uomo pallido dal profilo di aquila, che con un gesto sollevava all'ultimo assalto tutto un esercito, come l'uragano gonfia ed avventa l'oceano alle scogliere. E neppure somigliava alla mamma, nata sopra un trono come certi fiori spuntano a caso in un vaso anzichè in un prato: infatti ella pareva tranquilla, colla fronte leggiera sotto l'enorme diadema, e il sorriso indifferente fra i brividi e i rombi, che passavano nell'aria. Chi era quel bambino? Che sarebbe di lui un giorno? Per quel mezzo milione di uomini, stretti intorno a Napoleone sulla via di Mosca, nessun dubbio era possibile: egli era l'imperatore piccino, il loro primogenito, al quale conquisterebbero il resto del mondo, solamente perchè sorrideva loro mentre gli sfilavano davanti, vedendo confusamente il suo volto come un gran fiore bianco.

Ma nessuno di coloro rimasti nel palazzo imperiale credeva veramente che egli fosse il figlio di Napoleone, e potesse mai divenire re di Roma.

La stella del conquistatore, così radiosa per tanti anni, era improvvisamente impallidita, mentre il segreto del suo matrimonio dalle anticamere della corte scivolava insudiciandosi per le vie. La folla devota ricusava di crederlo; ma quell'impassibile, che livellava col medesimo dispregio popoli e re, era già diventato piccolo e vile davanti all'arciduchessa nata sopra un trono antico. Ella ne rideva e lo spregiava trattandolo come un avventuriero brutale, cui bisognava persino insegnare il valtzer per non dovere arrossire di lui nella solennità delle feste: egli si piegava umiliato ed iracondo, senza amare la donna ma superbo che l'imperatrice fosse nipote di Maria Antonietta, l'ultima regina di Francia. Poi si era saputo che Maria Luisa amava un bel gentiluomo tedesco prima ancora di essere offerta pegno di pace al vincitore, il quale per diventare padre voleva imparentarsi coi vecchi monarchi. Il matrimonio trattato da diplomatici si era compíto fra lagrime di sacrificio: quindi il bel gentiluomo aveva seguito l'arciduchessa in Francia, rimanendo qualche tempo nella casa del marito.

Indarno una pompa fantastica di feste aveva abbacinato la moltitudine, che da quel matrimonio vedeva già cominciare una nuova dinastia al disopra di quante regnavano in Europa, giacchè la sùbita inaspettata degradazione del grand'uomo davanti alla arciduchessa raddoppiava i dubbi provocati dalla improvvisazione della sua opera. Egli riappariva l'avventuriero dei primi giorni, diventato successivamente generale, console, imperatore attraverso una fantasmagoria di scene troppo labili per imprimersi nella coscienza del mondo. La vanità aveva nel suo cuore troppo spesso vinto l'orgoglio, e nella sua mente l'impero non era mai stato che una decorazione dell'imperatore.