Ma un vento di catastrofe ne faceva già oscillare l'immenso scenario.

Intorno al re di Roma crescevano il freddo e il silenzio.

Tutti sapevano che Maria Luisa aspettava la rovina dell'impero per tornare a Vienna, fuggendo dalla Francia, che aveva decapitata Maria Antonietta. Come nei primi giorni le pareva ancora di essere prigioniera del vincitore in una reggia rubata agli antichi re e incancellabilmente rossa del sangue sparso per la sua parente: ella non comprendeva nè la Francia, nè l'impero, nè l'imperatore. Il suo cuore di donna non batteva che per il bel gentiluomo tedesco, la sua anima di madre rimaneva chiusa davanti a quel bambino francese, uscito dal suo ventre e fatto subito re di Roma. Sapeva ella davvero che fosse figlio di Napoleone? Le donne non distinguono sempre il padre dei propri figli, ma quasi sempre non amano che quello in questi. Ella invece non amava. Quel bambino non era il figlio del suo cuore, rampollato dalle profondità della sua vita di donna e di regina: il suo titolo di re di Roma era per lei cattolica una bestemmia, quell'impero dilatato da un ultimo sforzo per abbracciare tutta l'Europa non le appariva che nella terribilità di un castigo imposto da Dio ai popoli ed ai re dopo il peccato della rivoluzione, e che cesserebbe, lasciando il mondo ricomporsi come prima. La sua alterigia di arciduchessa trionfatrice di Napoleone le toglieva di sentire in lui l'epica grandezza di un conquistatore non anco fermato da un popolo o da una idea. Ingenuamente ella credeva di averlo nobilitato, sposandolo per ubbidienza di figlia e devozione di austriaca: quindi in quella corte composta di sergenti vestiti da marescialli, di serve mascherate da duchesse, sanculotti trasformati in ciambellani, le sue ripugnanze si acuivano sino all'asprezza dell'odio.

Poi la catastrofe finì di confonderla: si trovò nel piccolo ducato di Parma come in una grande villeggiatura, seppe Napoleone a Sant'Elena e dimenticò il re di Roma, mutato in duca di Reichstadt a Vienna.

Il fanciullo adesso doveva parlare tedesco.

Nessuno gli diceva nulla nè del padre, nè della mamma, nè di lui stesso. Per quanto vinto e prigioniero sopra uno scoglio dell'Atlantico, Napoleone spaventava ancora tutte le corti; la sua fantastica riapparizione dei cento giorni era bastata a rivelare l'inanità di tutte le restaurazioni, e i suoi soldati raggruppati sotto altre bandiere lo sognavano ancora fremendo d'impazienza. Quel fanciullo pallido, tremante dinanzi a tutti i servitori, diventava nei racconti delle veglie notturne fra contadini, nei ricordi delle caserme, negli inni dei nuovi poeti, nella muta tenerezza dei vecchi, il figlio del Titano, l'erede dell'impero non anco cancellato nella geografia delle scuole. Un vuoto era rimasto nella coscienza del mondo. Nessuno credeva più che Napoleone potesse fuggire da Sant'Elena, ma nessuno si fidava nemmeno alla stabilità delle nuove monarchie davanti alla rivoluzione, che stava per ricominciare.

Un'altra epoca si apriva: un'altra volta le aquile striderebbero chiamando le vecchie legioni, e la bandiera tricolore sventolerebbe su nuovi campi. Napoleone lontano era presente dappertutto. Ma il duca di Reichstadt non lo sapeva.

Egli solo rimaneva fuori del mondo, che suo padre aveva riempito di se stesso senza poterne serbare neppure la poca terra necessaria alla propria fossa. Come quegli orfani, ai quali l'ospizio può dare una camera ma non mutarsi in casa, si sentiva abbandonato fra la gente, che lo vigilava con rispetto taciturno: nessuno gli diceva mai una di quelle parole così necessarie ai piccoli cuori; e quindi egli non seppe che molto dopo come il padre morisse e la madre sposasse il conte di Neipperg. Al fanciullo non era permesso di mescolarsi cogli altri principi per la paura che dal loro chiacchierio un lampo della gloria paterna si accendesse attraversandogli l'anima: fors'anco si temevano le sue interrogazioni, quella curiosità così terribile nei fanciulli, quando non si può rispondere una bugia e il silenzio diventa una risposta. Che dirgli infatti se avesse chiesto chi fosse suo padre? Napoleone a Sant'Elena non era più un uomo, appunto perchè tutto il mondo creato dal suo pensiero finiva in lui: la sua conquista si trasformava in una epopea e quello scoglio in un piedestallo, dal quale come l'antico Prometeo dominava sul mondo. Era difficile spiegare al figlio chi era quel padre, e perchè la moglie lo avesse abbandonato, dimenticando il bambino. Tutte le ipocrisie e le contraddizioni della vita, così agili ad insinuarsi per ogni varco, si arrestano interdette davanti alla innocenza di un fanciullo, che le giudica coll'infallibilità dell'istinto.

Forse avrebbero potuto dirgli che suo padre era un soldato prigioniero in un'isola per la colpa di aver vinto tutti i re di Europa; ma il nonno imperatore avrebbe indarno chiesto al proprio ministro, così fine diplomatico, una formula per giustificare l'assenza della madre da Sant'Elena e da Vienna.

Invece il fanciullo l'apprese a poco a poco dalle reticenze ancora più che dai discorsi di tutti.