Più tardi la vedova di un veterano di Wagram gli narrò nella propria capanna, poco lungi dal villaggio di Suwembrünn, la presa di Vienna, e il matrimonio di Maria Luisa col vincitore, dinanzi al quale anche i vinti s'inginocchiavano applaudendo; poi lettere, giornali, libri gli giungevano nascostamente, rivelando l'immensa storia, che si dilatava dietro la sua infanzia come un panorama luminoso scosso ancora da vibrazioni oceaniche. Ma allora i suoi occhi s'incantarono e la sua anima si chiuse. Egli era troppo piccolo e troppo solo per resistere alla fatica di quella visione, la più grande apertasi in tutti i secoli agli occhi di un fanciullo. Nato di un'aquila e di un'anitra, non aveva nel rostro e nell'ali nè la passione del volo nè quella della rapina; ma timido e quieto frugava fra le aiuole del giardino alzando spaurito la testa ad ogni brontolìo lontano di tuono.
Al pari di sua madre, egli non sentiva e non capiva l'imperatore.
Invano una nuova ammirazione gli si addensava intorno, dacchè la morte di Napoleone aveva tragicamente raddoppiata la sua eredità: più invano ancora le recenti monarchie apparivano ogni giorno più tremule ai crolli delle impazienze rivoluzionarie, mentre da tutti gli angoli d'Europa, dalla vita e dalla storia, salivano i soffi di un'altra immensa passione. In quel primo tepore della giovinezza egli non soffriva che per l'isolamento e la vacuità della propria esistenza misteriosa ed inutile, senza nè famiglia, nè danaro, nè libertà. La gloria di un mondo dileguato gli toglieva ogni posto fra quei parenti costretti a trattarlo come un estraneo per non temerlo come un nemico. Ma se la mortificazione di qualche ingenua simpatia o la paura di un rimprovero lo ritraevano in se stesso, quel grande sogno napoleonico lo risollevava improvvisamente fra le proprie spire di turbine, come il vento straccia talvolta nell'aria i veli delle spume marine, per lasciarlo ricadere più tristamente dentro il confronto di quella vita di cadetto alla corte e nell'esercito. Per lui non vi erano funzioni, non diritti, non doveri. La sua educazione, ordinata con crudele sapienza a ridurlo mezzo uomo e mezzo principe, gli nascondeva quanto sanno anche i giovinetti più poveri, ai quali il mondo si rivela colle sue stesse difficoltà.
Dentro le sue vene impallidite nell'ombra troppo lunga fervevano soltanto alcune acredini del sangue materno, quelle bramosìe del senso e del sesso, che le vampe dell'anima non alzano ancora e non purificano: la sua fronte era stretta, i suoi occhi opachi, il suo volto insignificante. Se quei soldati, che sognavano ancora di lui prigioniero, avessero potuto vederlo così scialbo dentro quella tunica di ufficialetto austriaco abbassare gli sguardi ad ogni parola con una trepidazione di paggio mal sicuro del proprio ufficio, tutte le cicatrici dei loro cuori si sarebbero riaperte, e i loro occhi non avrebbero potuto più piangere. Non così, non così vedevano essi da tanti anni il figlio dell'imperatore; non così lo aveva veduto l'ultimo granatiere della leggenda, che, coricandosi in un fosso per morire, diceva al compagno: — Torna in Francia, io non posso più camminare adesso che l'imperatore è prigioniero. Se mia moglie ha fame, le dirai che vada a mendicare coi bambini; ma appena sarò morto, mettimi bene il fucile fra le mani, perchè possa subito alzarmi e presentare l'arma, quando l'imperatore ripasserà! — Ma era il figlio, che avrebbe dovuto ritornare; al figlio certamente pensava quel granatiere nel delirio delle ultime parole!
L'imperatore, morto da pochi anni a Sant'Elena, aveva invece ottenuto da Dio la misericordia di non vedere lo spettacolo di quel giovinetto, che le dame guardavano con un sorriso di sprezzo enigmatico. Esse sapevano che si struggeva per loro di una fiamma segreta come una candela dimenticata in qualche angolo; quindi i loro occhi si accendevano di piccole fiamme dinanzi al figlio di quel Napoleone vinto da Maria Luisa e così presto rinato ad un'altra degradazione. Più infelice del Narciso greco, morto di amore al proprio volto riflesso nell'acqua di un ruscello, egli non osava ascendere verso la bellezza, ma si nascondeva colla sua immagine a singhiozzarle davanti nelle convulsioni e nei crolli di uno spasimo voluttuoso.
Forse la stessa anima adamantina di Napoleone si sarebbe spezzata dinanzi alla viltà di questa miseria.
Non altro erede, non altro dimani aveva Dio preparato alla sua vita! Che cosa significavano dunque tutte le sue battaglie, quella corsa vertiginosa dai deserti della neve ai deserti delle sabbie, gli eserciti sconfitti, le capitali violate, le corone infrante, l'aver dominato l'Europa, l'esser apparso sui confini dell'Asia come un fantasma trionfale balzato dalla immaginazione di un poeta nel campo della storia, se di lui non restava che quell'ufficialetto austriaco dalle mani tremule, che non avrebbero mai saputo sollevare nè una spada, nè una gonna?
Per chi aveva egli vinto?
Cesare potè ravvolgersi alteramente il capo nella toga per morire, perchè Roma sarebbe stata nei secoli magnifico guanciale alla sua testa d'imperatore, e la sua vita e la sua opera avrebbero attinto dalla morte la suprema verità. Così il nome oggi ancora è cornice, dentro la quale ogni imperatore si riaffaccia sulle moltitudini, mentre Napoleone ci appare appena sul confine dell'altro secolo come uno straniero misterioso, che attraversa a grandi passi l'Europa per sparire nell'oscurità dell'oceano, silenziosamente.
Sua moglie a Parma non era invece che la moglie grassa di un colonnello, la quale lasciava il governo della fattoria al parroco per preoccuparsi più comodamente di ogni festa in chiesa o in teatro; suo figlio a Vienna amava finalmente una ballerina, che lo rivoltolava scherzosamente sui divani battendogli colle nacchere sulla testa bionda. Egli sorrideva, contento di essere preso, senza intendere nemmeno la poesia di tale capriccio donnesco. Forse quell'anima di farfalla, stanca di danzare sui fuochi della ribalta fra nimbi di fiori e di sorrisi, si era improvvisamente lasciata vincere da quella delicata magrezza di arbusto in fiore. Nei primi giorni di aprile le farfalle si posano lungamente sui rami odoranti di gemme, e allora il sole al meriggio ha appena un tepore di alba estiva, il vento è un sospiro, il profumo una carezza. La danzatrice era piccola, colle gonne tenui come ali di falena, col gesto lieve come un tremito di ombra, col sorriso lucido come un raggio. Se l'avessero proclamata regina, mentre tutti gli occhi della folla brillavano e la musica, stringendo il ritmo, sembrava finire in un singhiozzo, ella non vi aveva sbattuto che più lievemente i propri veli, ondeggiando inafferrabile sul tumulto delle note e degli applausi.