Qualcuno disse poi che un ministro scarno e freddo si era servito di lei per abbreviare l'agonia del duca di Reichstadt, mentre nuove rivoluzioni minacciavano le monarchie di Francia e d'Italia; ma forse non fu vero. La piccola regina, che aveva per trono un palcoscenico, amò di un amore di farfalla quel re di Roma, al quale non restavano che le spalline di ufficiale austriaco. Ella rideva, egli s'inebriava di quel sorriso.
Ma l'ufficialetto soffriva; quindi pianse quando la seppe lontana. Nella nuova solitudine gli parve di essere più abbandonato di prima, più povero degli altri parassiti, che in quella corte ricevevano come lui l'elemosina di un piatto principesco. Si ricordava delle occhiate tristi dei vecchi soldati, e talvolta le parole scherzose di lei su quel titolo di re di Roma datogli da Napoleone. Allora la paura lo faceva piangere come se quel padre morto lo guardasse da Sant'Elena con le braccia conserte, e l'occhio fisso in un pensiero insopportabile. Egli avrebbe voluto, ma che cosa doveva volere? Quali erano i suoi consiglieri? Chi gli darebbe un esercito? Ove dirigere la prima marcia? Su tutte le grandi strade d'Europa rimanevano le orme di Napoleone, tutte le capitali erano state per qualche giorno la nuova capitale del suo impero.
Una volta, visitando il campo di Wagram col principe Carlo, cadde quasi di sella al suo gesto, che gl'indicava il terreno, sul quale il maresciallo Lannes era stato abbattuto da una palla di cannone: ma il principe non seppe mai se fosse dolore o paura; il duca tornò a casa colla febbre.
Da quel giorno non chiese più di tornare su altri campi. Come tutti i tisici ebbe ancora degli impeti, dopo i quali ricadeva in profonde melanconie; la febbre gli gettava dei lampi nel pensiero e delle vampe nel cuore; poi si fece più muto, perchè la vita sembra appunto rinchiudersi nelle anime, dalle quali sta per fuggire. La sua giovinezza passò per tutti i capricci effimeri, le ansie improvvise, le caparbietà deboli e violente della paura dinanzi alla morte, che sale misteriosamente come un freddo di sotterraneo.
Allora una arciduchessa, maggiore di lui almeno di un lustro, cupida e lubrica, lo amò. In lei rivivevano l'anima superba di Maria Antonietta e quella crudele di Maria Carolina: non era bella, ma il suo sorriso aveva talvolta dei rossori di fiamma e la sua parola dei soffi di follia. Più tardi fu madre d'imperatore, imperatrice e finalmente amante di un bano croato.
Ella gualcì il fiore, che la farfalla aveva appena accarezzato. Un'altra rivoluzione minacciava la Francia; altri Borboni dovevano andare per sempre raminghi: nuovi congiurati, veterani della vecchia armata, vennero segretamente al duca di Reichstadt nel nome di Napoleone, ma il poema era già chiuso.
Nessun poeta vi aggiungerebbe più un verso, poichè il re di Roma non poteva entrarvi nemmeno per morire: egli non era più che un bianco fantasma fra le mani tormentose di una donna.
Dicono che negli ultimi giorni la sua anima si rischiarò. Come se la morte gli rivelasse finalmente il segreto della vita, rivide dentro una luce purpurea di tramonto l'epopea napoleonica, parlò degli eserciti che avevano sfilato dinanzi a lui bambino. Da quel letto, già abbandonato come una tomba, chiamò la mamma, e chiese la culla d'argento, nella quale era stato re: dentro quella cuna, offerta dalla città di Parigi, Napoleone l'aveva cento volte covato col suo sguardo d'imperatore. Potè avere l'una e l'altra e vide la madre piangere decentemente. Qualcuno gli suggerì di lasciare un ricordo al reggimento assegnatogli, forse per scherno, perchè portava il nome di un altro eroe, Gustavo Wasa; sotto il più bello dei propri ritratti scrisse per l'arciduchessa Sofia «Memoria eterna di un moribondo», chiamò il prete, parlò di Napoleone.
Quel nome l'avvolgeva.
I suoi occhi lucevano, la sua bocca pallida e chiusa somigliò allora a quella del padre.