Le ultime viole scomparvero già sotto l'erba alta dei prati, dacchè una brina avvizzì tutti i fiori dei peschi, che ne rimasero freddolosi e rabbrividiscono ancora in questa pura aria mattinale. Fiori e illusioni, cadendo, lasciano sempre lo stesso freddo ai rami ed ai cuori, ma quelli si vestono prontamente di foglie, questi non si coprono più che di muffe.
Eccola.
È risalita sotto la grondaia ad esaminare il vecchio nido e garrisce di gioia nel riconoscerlo intatto, perchè l'amore non le costerà quest'anno la fatica di costruire un altro. Sempre così: la voluttà è pigra nelle rondini come nelle donne, che vorrebbero anch'esse sempre pronto il nido, riscaldato dal soffio delle stufe nell'inverno, profumato di fiori in ogni stagione.
Un freddo d'insonnia mi sorprende invece dopo questa lunga notte allo scrittoio, solo, dinanzi a me stesso. Dove si sarà fermata ieri sera questa bruna pellegrina in viaggio verso la mia casa? Era sola? Perchè sola e prima? Sotto la grondaia vi è sempre il medesimo villaggio pensile di nidi, e non ricordo sino da fanciullo di averne mai veduto cadere alcuno, mentre i calcinacci si staccano ad ogni impeto di pioggia o di vento. Forse che il mastice, formato dalle rondini colla saliva, è più tenace della calce usata da questi muratori montanari, o la forma tonda dei nidi, così simile ad una mammella virginale, attenua le scosse, e li salva?
— Quivit, quivit! —
Eccola ancora che si è posata colle zampine lanuginose sulla punta dello scuro, scuotendo la testina lucida nera. Ha il petto bianco, e dietro il becco corto ed acuto le sue labbra sembrano una sottile striscia d'oro.
Involontariamente sorrido salutando.
— Ancora qui — mi pare che essa risponda.
Ancora, ancora, e chissà per quanto tempo. Tu non sai, piccola viaggiatrice trascorsa su tanti mari e su tante contrade, perchè la mia finestra senza inferriate sia anch'essa di una prigione. Sei tu giovane? Sei tu vecchia? A quante stagioni si misurano la tua giovinezza e la tua vita? La tua patria è davvero sotto la grondaia di questa mia antica casa? Non lo so, ma posso darti egualmente una buona notizia: Toto, il magnifico gatto rosso, che si ostinava lunghe ore sul prato alla vostra caccia, è morto. Forse tu stessa hai sentito qualche volta sull'ultima punta delle ali la percossa delle sue unghie, e ti salvasti con un guizzo rapido ed imprevedibile. Te ne ricordi? Molte tue compagne morirono invece così nei giorni umidi, quando gli insetti abbattuti dalla pioggia tornavano coi primi raggi del sole a turbinare sui fili più alti dell'erba dentro un tenue velo di nebbia. Io, che non ho mai sparato uno schioppo sul mio prato, nè permisi ad altri di farlo, assistei più volte a questa caccia senza interromperla: perchè? Eppure mi dispiaceva se nelle sconce prodigiose contorsioni del suo balzo egli atterrava la rondine addentandola viva, per andare a testa alta, colla coda che batteva orgogliosamente sull'erba, a seppellirla in qualche canto, giacchè, abituato signorilmente, Toto non mangiava nè topi nè uccelli. E adesso è morto; tanto meglio! La mia casa non ha più pericoli per te: lo dirai subito alle tue compagne, che arriveranno certamente nel mattino, se le hai soltanto precedute nel viaggio.
O invece sei giunta qui più presto, sfuggendo da qualche sventura? Il tuo compagno è morto, e tornasti come noi andiamo spesso, di nascosto, a guardare la casa dove soffrimmo ed amammo? Allora vattene. Se non aspetti più alcuno, e ti posasti sullo scuro della finestra a guardarmi ancora qui solo, come gli anni passati, come sempre, perchè anche tu adesso sei sola, vattene, fuggi dal nido, che altri riempirà. Quando tutto è morto dentro di noi bisogna andare lontano, non importa dove, lungi da coloro, che potevano e non vollero impedire alla nostra anima di morire. Chi non ama non ha più nulla da fare: la sua presenza è inutile, perchè ogni opera gli è diventata impossibile. Vattene, piccola vedova: le campane del villaggio annunzieranno fra poco la resurrezione solamente ai felici che amano, e agli infelici che credono.