Un ricordo mi risale nella memoria e l'attrista.

Molti anni or sono, in un'alba come questa, guardavo dall'inferriata della mia camera, l'ultima a sinistra nell'angolo, sotto il cornicione. Ero stato messo nella terza camerata lassù da venti giorni: il collegio aveva nome da san Luigi, un santo pallido e giovane, che i fanciulli non possono amare, perchè non intendono ancora la recondita delicatezza della sua castità. Nemmeno io l'amavo. Allora, come adesso, il mio eroe era san Francesco, il poeta inebriato di tutti i dolori, che parlava con tutte le cose. In quella mattina dovevo essere ammesso per la prima volta alla Pasqua. Quasi tutti i miei compagni di altare attendevano i genitori, mentre io non avevo voluto nemmeno scrivere a casa per annunziare la festa della mia comunione nella divina tragedia. Ma dopo una notte insonne ero balzato dal letto ai primi chiarori, arrampicandomi sull'inferriata a guardare da lungi il primo trionfo dell'alba. La mia finestra dava sopra un vicolo contro finestre egualmente sbarrate di ferro, con una buffa saliente a mezzo della loro apertura, perchè i prigionieri non potessero guardare in basso sulla strada. Era anche quello un collegio, ma più triste, e si chiamava di san Giovanni.

Così scalzo e scamiciato nell'aria frigida, che mi pizzicava sottilmente le carni, sentivo dal fondo dell'anima salire come un gruppo di canzoni, quando improvvisamente, un'ombra mi fermò le prime note sulle labbra. Dietro di essa l'ombra della prigione era profonda: il prigioniero si reggeva con ambe le mani congiunte sul medesimo pezzo di sbarra, e il mento appoggiato sulle mani con uno sforzo penoso. Tutta quella faccia era rasa sino al disopra della fronte, ma i suoi occhi infossati lucevano come certi vetri nella notte.

Ebbi un freddo di dolore.

Allora egli mi scorse, volle farmi un cenno colla mano, e le forze lo tradirono, sparì.

Dopo tanti anni veggo ancora quel suo sorriso. Così seminudo ed arrampicato sull'inferriata in una impazienza di fanciullo, come gli ero io sembrato? Aveva egli intravisto la mia piccola anima simile ad un'altra alba, che salisse verso quella del giorno? Perchè mi aveva salutato? Rimasi ancora alla finestra, ma tutta la mia gioia era caduta in un'ombra improvvisa; sentivo di essere anch'io prigioniero, e che avrei sofferto volentieri altri dieci anni di collegio pur di vedere quel suo sorriso sul volto di un altro uomo e di un'altra donna, i quali mi fossero venuti incontro, quando sarei uscito dalla chiesa, pallido ancora della prima emozione divina. Un singhiozzo mi strinse la gola.

In quel momento mi pentii di non aver scritto a casa, cedendo alle istanze del mio confessore.

Dirò qui il suo nome, si chiamava padre Lolli. Non era molto vecchio, ma i dolori e le penitenze lo avevano invecchiato: lunghe strisce di capelli grigiastri gli sfuggivano dal berretto sulla fronte e sugli orecchi; era sudicio negli abiti, sempre colla barba di molti giorni, e camminava curvo trascinandosi dietro un grosso piede ammalato. Ma i suoi occhi e la sua voce avevano una strana dolcezza stanca. Credo che, avendomi indovinato, mi amasse, perchè la sua mano pareva indugiare più a lungo, tremando sulla mia fronte, nel farmi ripetere un'altra volta le preghiere prima dell'assoluzione. Egli solo sapeva tutte le ribellioni del mio cuore e del mio pensiero.

Però quella lunga preparazione alla Pasqua mi aveva alquanto mutato.

Un getto caldo, rutilante, di fede m'irruppe così violentemente dal cuore nell'ultima confessione della vigilia, che egli stesso lo aveva sentito, buttandomi le braccia al collo, mentre io ripeteva fra i singhiozzi: