— Padre, padre! —
Era il mio grido, tutto il mio dolore di fanciullo non amato, altero, taciturno, che si fondeva in un'altra passione, come se una lieve abbagliante visione di paradiso si fosse levata sulle squallide ambe della mia infanzia.
— Adesso lo ami san Luigi? —
Risposi di sì senza capire.
La mattina egli era solo, inginocchiato in un canto, quando mi avvicinai all'altare; io tremavo, vidi luccicare i suoi occhi; poi lo rividi ancora nel gabinetto del rettore, ove ci avevano adunati per trattarci a paste e a cioccolatte. Allegri e chiassosi, i miei compagni non parlavano che delle visite imminenti; soltanto io tacevo, mangiando silenziosamente in un angolo della tavola a testa bassa; quindi tutti, colla servilità ancora graziosa nei fanciulli, si strinsero intorno al rettore per ottenere la preferenza di un confetto o di una parola, mentre egli sorrideva di quel sorriso enigmatico, nel quale mi sembrava di sentire spesso una canzonatura.
Avevo ragione? Adesso ne sono anche meno sicuro di allora. Egli era ancora giovane, così pallido e sottile, che poi morì tisico; ma a tutti noi pareva bello. Lo vedevamo nei giorni di ricevimento passare signorilmente disinvolto fra le giovani mamme, che affollavano l'immenso salone, variando sempre il sorriso nel voltarsi da un volto di collegiale ad un volto di donna.
Improvvisamente mi guardò:
— Hai fame, Oriani?
— No, — risposi secco.
Vidi il padre Lolli tremare all'accento di questa mia risposta.