Poco dopo mi si accostò ed alzando la mano per farmi una carezza, senza che nessuno se ne accorgesse, mi benedisse sulla fronte.
Allora sentii che stavo per piangere, malgrado tutti gli sforzi della mia piccola volontà, resa più rigida dal dolore. Non volevo piangere, respingevo le lagrime dagli occhi sbarrandoli dentro la grande chicchera del cioccolatte, diventato una poltiglia giallastra colla immersione di tutte quelle paste.
La solitudine futura della vita mi si parò dinanzi in quel gabinetto pieno di fanciulli sorridenti e felici, dei quali nessuno mi conosceva malgrado una intimità di due anni. Se in quel momento a me, che odiavo il collegio come una prigione, il rettore avesse detto:
— Vuoi andare a casa? — avrei risposto:
— No. —
Con uno sforzo disperato riuscii a non piangere.
Poi il padre Lolli mi si rivolse:
— D'ora innanzi devi essere un altro: Dio è disceso in te. —
Invece mi sentivo più solo di prima.
Eppure avevo tentato di salire a lui sino dall'alba, quando arrampicato sulla finestra vedevo il cielo suffuso di un vapore gemmeo, attraverso il quale passavano come fili di una trama misteriosa i raggi del sole. Poi laggiù nella chiesa sotterranea avevo provato tutte le angosce e le delizie di un'altra ascensione per l'ombra sacra, sospesa sopra l'altare indarno raggiante di candelabri e di candele. Il mio pensiero non era più quello di un fanciullo; mi pareva di capire tutta la passione di Cristo, e che un'altra passione di amore mi innalzasse col volo degli angeli, ai quali le ali tremano appena come una fiamma. Forse quell'impeto e quella leggerezza erano già nello spirito i segni della comunione divina, prima ancora che le parole sacramentali ne annunziassero il prodigio.