Ma la Pasqua di oggi non è quella di Gesù: egli ne aveva fatto il banchetto supremo nella tristezza della morte, la chiesa invece la volle nel trionfo della resurrezione, che aveva illuminato il mondo come un'alba incominciata nel sepolcro e dileguata negli ultimi cieli. La Pasqua di Gesù somigliava fin troppo a quella di Socrate: la Pasqua cattolica tenta ancora di riunire tutte le anime al di sopra della morte in una esultanza ideale.

Ecco perchè simile festa durerà forse più della sua stessa religione, benchè Cristo non vi risorga più; ma tutte le coscienze vi si innalzano ancora come in un sogno: tanto peggio per coloro che non possono più sognare!

Perchè l'amore e il pensiero non proseguirebbero altrove dopo aver fatto l'infelicità della nostra vita? Entrambi passano in noi e non sono noi: lasciate dunque suonare a distesa le campane annunzianti la resurrezione, mentre il clamore del loro inno copre gli ultimi belati degli agnelli sgozzati in tutte le cucine per l'imminente banchetto. Noi siamo così: dobbiamo ammazzare un agnello per cominciare la festa di Pasqua e generare un bambino per compiere quella dell'amore.

Forse, ad interrogarli bene l'uno e l'altro, nè l'agnello vorrebbe morire, nè il bambino vorrebbe nascere; ma che importano le loro risposte, se in ogni festa vi deve essere una vittima?

L'ADDIO

6 maggio 1899.

Il duca è partito.

Un mio compagno di università, da molti anni assessore delle scuole, gli recò al Quirinale il saluto di Roma distratta da una delle solite crisi ministeriali: qualche giornale aggiunse un augurio, poi null'altro. A quest'ora egli è già sulla via di Torino, domani o posdomani passerà le Alpi affrettando nell'impaziente pensiero la corsa del treno attraverso le campagne francesi, verdeggianti in questi primi giorni di maggio; la sua prima meta è in un porto della Scandinavia, l'ultima al polo non anco violato da alcuno.

Tornerà egli?

Non importa. Il suo cuore deve essere ancora gonfio di una emozione senza nome, ripensando a tutta la gente lasciata nella vita ordinaria; al re, ai fratelli, alle amiche, le quali tentarono per rattenerlo il dolce sorriso: a suo padre, a sua madre morti, che non possono più tremare segretamente della sua partenza. Egli ha voluto. Passeranno forse trenta o quaranta giorni prima che la sua Stella polare possa salpare l'àncora, ma l'impresa irrevocabile ha sollevata già la sua anima nella gloria fredda della morte. Che egli soccomba lassù, nel deserto del ghiaccio, forse solo dopo l'ultimo cane e l'ultimo compagno, o ritorni colla fronte radiosa del grande segreto vinto, la sua vita di giovane duca nelle più belle capitali d'Italia è già morta.