Nel nostro spirito vi sono frontiere, oltre le quali diventiamo stranieri a noi stessi, perchè non potremmo più rivarcarle per riprendere ciò che vi abbandonammo; che cosa significherebbe infatti un ritorno? La religione e l'amore, l'arte e la scienza, non si rivelano che al di là di esse e, come la morte, concedendo a qualcuno di ritornare, non gli consentono più l'esistenza di prima.

Così coloro, che la nostalgia del mistero attrasse nell'infinito, ne rimangono il segno, e i loro occhi guardano sempre lontano, e una distrazione di sogno li rende egualmente riconoscibili ed incompresi: si chinarono sull'abisso e l'abisso soffiò loro sulla faccia. Incontrandosi a caso, s'intendono come i barcaioli di Venezia con una sillaba inintelligibile: talvolta la folla li segue, ma un'arcana distanza li isola fra la moltitudine, alla quale appartengono solamente come i fanali alla notte. Comunque si allontani Colombo verso l'America o Galileo nel cielo, entrambi al ritorno saranno del pari disconosciuti; che Empedocle sparisca dentro l'Etna o Andrée al polo, la loro passione serba alla gente il medesimo segreto: altri li seguiranno per cammini diversi, ad altri più infelici ogni cammino sarà precluso senza che la tragedia umana muti per oscurità di silenzi o per splendori di gloria.

Adesso che egli è partito, il cuore di molti lo insegue nella rapida corsa verso quella spiaggia scandinava, alla quale si dondola il vascello dell'eroica scoperta. Già l'estate ed il giorno cominciarono anche al polo; i cani esquimesi sono in viaggio verso il convegno, il mare di Kara aperto come quello delle altre terre, e i suoi venti e le sue acque, che sanno il segreto tremendo, mormorano misteriosamente. Bisogna affrettare la partenza. Quei pochi, i quali chiesero indarno o solamente desiderarono di partecipare all'impresa, si aggirano col pensiero intorno alla nave, guardando, sospingendola come i prigionieri fanno intorno alla carrozza, che li sottrarrà agli occhi insolenti della folla; anch'essi hanno fretta che la Stella polare si perda nella lontananza del mare col loro sogno, perchè a loro soltanto è dato sapere quale dolore possa venire da un rifiuto, e quanta nuova solitudine cada sopra un'anima, che non potè partire per un viaggio senza ritorno.

Il duca non lo sa.

Il suo spirito sentirà tuttora i fremiti tormentosi dell'orgoglio come in un mattino di battaglia, quando il calpestìo dei soldati pare già un murmure di applausi, e le bandiere fluttuano, i cavalli nitriscono, l'aria vibra, il sole splende. Dietro di lui i monti scandinavi nereggiano nelle verdi profondità; dinanzi il mare ha un azzurro diverso dall'azzurro italiano, mentre le sue piccole onde rompendosi susurrano altre parole, e gli uccelli vi battono l'ali con dissimile volo. Intorno a lui la vita dei pochi compagni ferve intensamente; già fra essi scemarono le differenze di grado: una secreta fraternità, quasi una prima ebbrezza, mutò qualche cosa nei loro modi e nei loro accenti. I giorni e le notti si fanno più brevi al lavoro e lunghe all'attesa; un'attenzione di pericolo vigila ogni preparativo; ciascuno scruta ed avvisa; il duca ascolta e ordina; tutte le volontà sono tese nella battaglia già incominciata, nell'orgasmo della sfida, che si rinnova ad ogni minuto. L'Italia, il mondo, sono lontani: forse qualche ricordo ritorna sui cuori come una nuvola sul mare; ma subito una voce di appello, un gesto frettoloso di comando, un urto improvviso di difficoltà sospendono o precipitano tutte le forze ad un intento, restringendo quasi in una sola le loro vite. Come saprebbero essi quella di coloro, ai quali nessun viaggio sorride più? Forse qualcuno aveva voluto andare al polo per uscire dal mondo attraverso una solitudine vuota come il proprio cuore, immutabilmente silenziosa. La morte non è spesso abbastanza diversa dalla vita per potervisi rifugiare. Talvolta prima di arrivare ad essa bisogna sopportare l'ultima degradazione, sentendosi intorno nel disprezzo, forse nel trionfo degli altri, l'intollerabile caparbietà di una ingiustizia, che ci provoca a nuove rivolte e profana il nostro coraggio. Nella suprema vittoria della morte si mescola quindi una ignominia di sconfitta: ascoltiamo anticipatamente i giudizi di coloro, che crederanno di aver saputo abbastanza di noi per fare il processo alla nostra agonia colla superbia di uno spettatore, al quale ogni tragedia non offre che un nuovo tema di conversazione, perchè il suicida ha quasi sempre torto per tutti, anche se la sua morte fu un delitto di altri. E allora diventa troppo triste sapere prima che il nostro cadavere resterà in ostaggio alla volgarità degli amici e dei nemici!

Così qualcuno non osa più morire.

Meglio partire per una guerra, quando le piazze tumultuano di entusiasmo, e mascherato da fantaccino cadere fra lo schianto di una battaglia; o uscire silenziosamente una notte dalla propria casa, attraversando la piccola città oscura, e salire sul primo treno senza rivolgere la testa. Perchè rivolgerla? Chi salutare? Coloro, che sono amati, non partono per la morte: coloro invece, che partono per la gloria, sanno di essere attesi. Tanto meglio per loro. Ma vi è qualcuno, il quale da tempo non crede e non spera più.

Anch'egli aveva pregato un amico di ottenergli dal duca un invito, sapendo di meritarlo e che nullameno gli sarebbe negato. Invece fu peggio. L'amico ed altri, deputati e senatori, che credevano di conoscerlo per aver letto i suoi libri, giudicando impossibile tale domanda, lo sconsigliarono dal viaggio troppo pericoloso perchè l'onore di scriverne i commentari fosse una scusa sufficiente. A che cercare infatti un motivo letterario al polo? Essi non avevano capito. Lo scrittore aveva già mandato alla Nuova Antologia un articolo sopra Andrée, colla fanciullesca lusinga che il duca nel leggerlo potesse intenderne l'appello supremo: ma invece l'articolo non era stato ancora stampato.

Bisognava tacere e restare.

Mentre il duca partiva da Roma, lo scrittore tornava in bicicletta alla propria villa, sotto un crepuscolo piovigginoso. La stretta valle, asserragliata nel fondo da un ciclopico muraglione di gessi, pareva singhiozzare nella sera: gli alberi ancora stillanti lasciavano cadere lagrime sonore ad ogni soffio di vento sulla strada deserta e fangosa. Poi l'ombra crebbe sospendendo lunghe gramaglie a tutti i rami; alcuni uccelli si richiamavano fra le siepi con brevi strida trepidanti. Egli non veniva da lontano, ma era stanco: vide dallo scorcio del ponte, sul fianco della propria villa, il profilo squallido della torre, e il nero antico cipresso solitario, quasi più alto di questa. Quando giunse sul prato, un fanciullo, solitario anch'esso, guardava coi grandi occhi pensosi la sera dallo scalino della porta. La tenebra era già nella casa silenziosa: lo scrittore appoggiò la bicicletta al muro, e tornò indietro. Il suo pensiero era invecchiato sotto quella torre, nella quale i topi famelici avevano più di una volta distrutti i piccioni, che vi nidificavano: adesso qualcuno di questi, uscendo da minuscole casette incastrate nella facciata, volava ancora per l'aria grigia fra le rondini delle grondaie: le galline si erano rifuggite nel pollaio: solo il grande anitrone muto, rimasto vedovo nell'inverno, stava immobile fra l'erba alta del prato. La sua testa, diventata quasi bianca su tutto il corpo nero, si scosse appena, mentre la bocca gli si apriva ad un rauco soffio di saluto; poi, dondolandosi pesantemente sulle palme, rientrò nella stalla vuota.